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mercoledì 3 febbraio 2016

L'archetipo dell'Orfano



Di Marco Trevisan
Traguardo: ritrovare la sicurezza
Paura: di essere sfruttato e calpestato
Risposta al drago/problema: impotenza, desiderio d’essere salvato, accondiscendenza cinica
Compito: analizzare a fondo il dolore e la delusione ed essere aperto a ricevere l’aiuto dagli altri

domenica 31 gennaio 2016

L'ARCHETIPO DEL PUER AETERNUS SECONDO JUNG E HILLMAN


Di Marco Del Rey
Il Puer  (Puer Aeternus) è una figura archetipica affascinante, che U.Galimberti così  tratteggia:  “Espressione introdotta da C.G.Jung per indicare un termine di una coppia archetipica attiva nella psiche che ha il suo opposto nel Senex.
L’”eterno fanciullo” presenta una psicologia che sul versante nevrotico è caratterizzata dalla difficoltà a staccarsi dalla matrice originaria, dalla problematicità a trovare una collocazione stabile, da impazienza, vivacità immaginativa che non oltrepassa la soglia della continua ideazione e il desiderio di ricominciare sempre da capo su versanti più diversi, mentre sul piano individuativo assume il valore positivo della disponibilità e capacità a rinnovarsi.” (Galimberti, 1992).
      Se affrancato dai suoi aspetti di inconsistenza e labilità, di inconcludenza e di vacuità, il Puer può dunque corrispondere all’anelito vitale dell’esistenza, a quel tratto mercuriale dell’andare, del cercare nuove vie e nuove soluzioni, del non fermarsi mai, del rinnovarsi di continuo, del non soggiacere a quella che Hermann Hesse, da Puer qual’era, chiamava la “consuetudine inceppante”. Importante, forse fondamentale nel processo di individuazione, questo Archetipo rappresenta uno degli elementi più dinamici della psiche, dato che quando per il Puer ‘qualcosa’ finisce è soltanto per dare corso a un nuovo inizio, e il suo sguardo è sempre rivolto a est, verso l’aurora.
     Jung, accanto ai limiti (peraltro, come vedremo, anche piuttosto evidenti) di questo archetipo, ne sottolinea le infinite risorse e le grandi potenzialità, affermando che, “[…] il fanciullo da una parte è insignificante, sconosciuto, soltanto un fanciullo, dall’altra parte è invece divino.” (Jung, 1940) E aggiunge: “[…] considerato dal punto di vista della coscienza [...]” può essere visto come “[...] un contenuto apparentemente irrilevante, che non si supporrebbe capace di offrire soluzione o addirittura redenzione.” (Jung, ib.). Ma quando si passa dalla unilateralità della coscienza egoica alla dimensione simbolica, allora questo archetipo emerge dall’inconscio in tutta la sua potenza unificatrice: “Il fanciullo esce dal grembo dell’inconscio come sua creatura, generata dal fondo stesso della natura umana, o meglio della natura vivente in generale.” (ib.), con  quella ‘forza superiore’ con cui può riuscire “[…] a farsi valere a onta di ogni minaccia e pericolo.” (ib.). E continua, Jung, ricordando che il Puer “[…] personifica forze vitali al di là dei limiti della coscienza, vie e possibilità di cui la coscienza, nella sua unilateralità, non ha sentore[…]” e “[…] rappresenta l’impulso più forte e più irresistibile di ogni essere: l’impulso alla autorealizzazione.” (ib.)
   Il Puer è anche figura della nostalgia; nostalgia  che Jung spiega come difficoltà a separarsi dalla madre, e che contiene in sé una inconscia aspirazione a tornare in uno stato di incoscienza. E’ anche colui che, pur tendendo a evolvere verso l’autonomia, tuttavia non la conquista mai completamente. E’ […] “simbolo del desiderio, dell’anelito insaziabile che mai trova il suo oggetto, della nostalgia per la madre perduta.” (Romano, 1996). Continua Romano: “Non appena presa la rincorsa si ferma: il segreto ricordo che mondo e felicità possono anche essere ricevuti in dono, e dalla madre, paralizza il suo slancio e la sua perseveranza.”(ib.). Allora il Puer non può che apparire anche come una figura inconsistente e inconcludente, fragile e perennemente incompiuta, con un Io non strutturato, mai pienamente nel mondo, “[…] consegnato inerme a ultrapotenti nemici[…]” e “[…] minacciato da un continuo pericolo di annientamento.”(Jung, 1940).
   Già da questi pochi tratti possiamo cogliere tanto le grandi potenzialità quanto la grande fragilità di questo archetipo, e inoltre la sua intrinseca dualità e la sua particolare inclinazione verso la polarità. Da un lato ne cogliamo il continuo divenire e la ricerca inesausta, la curiosità e l’attrazione per il nuovo, l’’eternamente giovane’; dall’altro l’incompiutezza e l’inconsistenza, l’eterna insoddisfazione e la difficoltà ad adattarsi. L’incapacità di entrare nel tempo e di invecchiare e il rimanere figlio e non farsi padre; e una sessualità che “ […] da potente fuori dalla relazione si fa impotente nella relazione.” (Romano. Op. cit.). Così finiamo con l’identificare con l’Archetipo del Puer l’uomo che rimane troppo a lungo nei limiti di una psicologia adolescenziale, e che cerca in ogni donna una figura di madre; […] l’immagine della donna assolutamente perfetta, pronta a concedere tutto all’uomo…una dea madre.” (Von Franz, op. cit.). Salvo poi scoprire, dopo non molto, o periodicamente nel tempo, che quella donna è un essere umano come tutti, un essere ‘normale’: allora si sentirà deluso e proietterà  su un’altra donna la stessa immagine divina.
     Così M .L. Von Franz nella sua descrizione, tendenzialmente negativa,  del Puer : “Il Puer, di solito fatica ad adattarsi alle situazioni sociali. In certi casi manifesta una sorta di individualismo asociale: sentendosi una creatura speciale, ritiene di non doversi adattare, perché questo sarebbe chiedere troppo a un genio nascosto quale è lui. L’atteggiamento arrogante che ne consegue, si basa sia su falsi sentimenti di superiorità sia su di un complesso di inferiorità.” (Von Franz, op.cit.).
     Infatti, c’è sempre qualcosa che manca, qualcosa che non va, per il nostro Puer; anche la donna non è mai quella giusta, così come il lavoro, la casa e, in fondo, la vita. Vive una ‘vita provvisoria’, e ha difficoltà a essere nel presente; c’è sempre un futuro migliore che lo aspetta, e per poterlo realizzare non può legarsi stabilmente a niente e a nessuno; deve mantenersi libero e pronto. Nessun legame dunque, nessun peso da portare; leggerezza per poter ascendere il più in alto possibile, lontano dalla banalità della terra e dalla vita normale. Non è un caso, infatti, che tra gli sport preferiti dal Puer  ci siano il volo e l’alpinismo, e che, in genere,  il Puer non ami quegli sport che richiedono pazienza, attesa o lungo allenamento.
     Tuttavia, come ho anticipato, il Puer non è affatto privo di positività. “La qualità positiva di simili giovani -scrive ancora Von Franz- si esprime in una sorta di spiritualità, determinata da un contatto relativamente stretto con l’inconscio collettivo. Il Puer Aeternus è di solito un interlocutore assai piacevole, i suoi argomenti sono spesso interessanti ed entusiasmano l’ascoltatore. Non ama le situazioni convenzionali; pone domande profonde e mira dritto alla verità, […] e il fascino giovanile del Puer Aeternus si protrae in genere negli stadi successivi della vita.” (ib.).
     Nel campo lavorativo, quando il lavoro lo coinvolge, lo affascina, o lo entusiasma, è capace di lavorare a lungo senza stancarsi; è portatore di idee nuove e di nuove soluzioni, è attivo e creativo. Ma guai se il lavoro è per lui noioso e ripetitivo, o se è necessario un surplus di impegno: in quel caso, prima di fuggire, tende sovente a esprimere il suo lato depresso e insoddisfatto, apparentemente distaccato.
     Come si vede, l’archetipo Puer non sfugge al suo carattere di dualità; e a una prima osservazione sembrerebbe essere esentato, quantomeno sul piano teoretico,  da una netta suddivisione in poli. Infatti il Puer non sembrerebbe “buono o cattivo”, “attivo o passivo”, oppure, più in generale, “positivo o negativo”, ma essere nel contempo una cosa e un’altra, contenere in sé una duplicità;  essere, con la bella metafora  di Jung: “[...] contemporaneamente la luminosa innocenza degli inizi e la gelata che improvvisamente distrugge quei germogli […] un essere dell’inizio, ma anche un essere della fine.” (Jung, op. cit.)
     Ma questo suo ’essere ‘duale’, però, non può non contenere in sé la possibilità di essere anche “polare”. J. Hillman ci ricorda che “[...] la psicologia analitica intesa come campo strutturato del sapere poggia la sua struttura su una serie di descrizioni polari”. (Hillman, 1964/67) Vale aggiungere, per parte nostra, che la psiche è suddivisa in coscienza e inconscio, fra i quali vi è tensione e compensazione; e che essa, dal punto di vista dell’energia psichica, fluisce tra due polarità, caratterizzate a loro volta da coppie di opposti (ad es.:progressione/regressione) . Anche nella descrizione dei “tipi” è evidente la polarità fra introversione ed estroversione, così come per le quattro funzioni psicologiche, che  sono descritte per coppie contrapposte. Gli scritti di Jung contengono temi ricorrenti espressi per antitesi: logos ed eros, razionale ed irrazionale, individuale e collettivo e, tema centrale, maschile e femminile (Animus/Anima), e così via.
     Per Hillman, (suo il volumetto “Puer Aeternus” [J. Hillman, ed. it. 1999] il cui titolo originale, “Senex and Puer” mi sembra più appropriato al contenuto) l’archetipo in sé è ambivalente e paradossale, abbraccia spirito e natura, psiche e materia, coscienza e inconscietà; in esso sì e no sono un unica cosa. Non c’è né giorno né notte, semmai un albeggiare continuo. Tuttavia, la ‘dualità’ dell’archetipo si rivela anche una ‘polarità in potenza’, un’opposizione implicita nell’archetipo stesso, il quale tende a scindersi in due poli quando entra nella coscienza egoica. Secondo Hillman, infatti, l’emergere dell’archetipo alla coscienza produrrebbe nello stesso una “polarità” e una “scissione”. L’Io, illuminandone una parte, renderebbe più oscura l’altra, e quel persistente albeggiare di cui si è detto più sopra si trasformerebbe in una separazione tra giorno e notte, tra luce e tenebra.
     Anche in quel caso, come in tutti i casi in cui esso sostituisce l’anima come centro della personalità conscia, “[…] l’Io finisce con il rivelarsi incapace di reggere la tensione fra gli opposti ed è costretto a creare disgiunzioni e separazioni” (Hillman. op. cit.). L’archetipo allora non si manifesta più soltanto nella sua funzione di unificatore degli opposti, in sintonia con l’anima, o di mediatore fra le basi inconsce e la coscienza, ma tende esso stesso a polarizzarsi e divenire contenitore di opposti, che rischiano di essere in sterile tensione fra loro. Una conseguenza di questa polarità è che, pur essendo entrambi i poli dell’archetipo necessari alla sua totalità, e in qualche modo equivalenti come ‘potenza’, diventa difficile evitare di connotarne positivamente l’uno e negativamente l’altro, tanto più se ci si mette di mezzo l’Io.
     Così come una montagna ha un versante a sud, esposto al sole, e un versante a nord in ombra, altrettanto al Puer si finisce con l’attribuire un lato luminoso e un lato oscuro. Allo stesso modo è quasi inevitabile considerare ‘positivo’ e ‘fecondo’ il lato luminoso, che corrisponde alle qualità e alle potenzialità, e ‘negativo’ e ‘sterile’ quel lato oscuro che corrisponde ai difetti e ai limiti. Tuttavia, questo non vuol dire che dobbiamo pensare che esistano due specie distinte e differenti di Puer, i “[…] Puer  ‘positivi’ che ispirano lo sbocciare delle cose, e i Puer ‘negativi’, caratterizzati essenzialmente dalla auto distruttività” (Romano, op. cit.), ma che dobbiamo accettare la tensione fra questi  due “poli”, entrambi parte dello stesso archetipo.
     Nonostante questo suggerimento alla prudenza, di fronte al Puer è tuttavia piuttosto difficile sottrarsi a una osservazione generale che non sia gravata da un giudizio tendenzialmente negativo sul “[…]giovinetto di belle speranze […], come lo chiama Romano, che non ce l’ ha fatta ad affrancarsi;  “[…] il figlio viziato a cui tutto riesce facile ma che non lascia testimonianza di sé.” (ib.). E sebbene lo stesso Jung, nel tratteggiare il carattere dell’archetipo Puer ne affermi tutta la “potenzialità”: “Il fanciullo è avvenire in potenza […]”, scrive; “[...] il fanciullo preannunci(a) un mutamento della personalità [...]anticipa il processo di individuazione […]”,  è “[...] simbolo unificatore degli opposti, un mediatore, un salvatore [...]” (Jung, op.cit.), a ben vedere, anche per lui, prima che per gli altri, tutta questa potenzialità non sembra mai esitare in un’azione concretamente produttiva, in un reale, fattivo cambiamento, in una vera crescita.
     Il Puer in fondo rimane un progetto, un’ipotesi che non vede mai il suo svolgersi compiuto, che, sì evolve verso l’autonomia,  ma senza mai raggiungerla. Un figlio, appunto, che richiederebbe costante cura, attenzione, educazione; un “[…]simbolo del desiderio, dell’anelito insaziabile che mai trova il suo oggetto, della nostalgia della madre perduta” (Romano. Op. cit.);  che “[…] non appena presa la rincorsa, si ferma […], un figlio che non si è liberato della madre e che perciò stenta a entrare nel mondo […] (ib.); e anche nel tempo e nello spazio, intrappolato com’è in quell’abbraccio confortante ma allo stesso tempo soffocante e mortale. E’il figlio della Grande Madre, che appena si allontana dal suo grembo cade preda della nostalgia e tende a farvi ritorno, per poi di nuovo allontanarsene, senza mai smettere di volgersi nuovamente e nostalgicamente indietro, in un processo che non ha mai fine. 
     Rispetto a questa visione tendenzialmente negativa del Puer, centrata sul rapporto con la Madre, Hillman  posa su questo archetipo uno sguardo molto più benevolo e sposta il centro delle sue riflessioni verso le funzioni positive proprie di questo archetipo. Inoltre tralascia in parte di affrontare il tema del rapporto con la Madre, caro ad altri autori, per concentrarsi di più  sul rapporto dialettico e di compensazione e integrazione con il  Senex/Padre. “Il concetto di Puer aeternus - scrive Hillman - si riferisce a quella dominante archetipica che personifica le potenze spirituali trascendenti dell’inconscio collettivo o è con esse in una relazione speciale. Le figure puer possono essere viste come manifestazioni dell’aspetto spirituale del Sé e gli impulsi puer come messaggi dello spirito o chiamate dello spirito.”(Hillman, op.cit.). Continua l’autore: “Lo spirito eterno è autosufficiente e contiene tutte le possibilità. Mentre il Senex si perfeziona attraverso il tempo, il Puer è perfetto primordialmente.” (Ib.) E aggiunge ancora: “[...] la figura del Puer è la visione della nostra natura prima, la nostra primordiale Ombra d’oro, la nostra affinità con la bellezza, la nostra essenza angelica come messaggera del divino, come messaggio divino” (ib.), perché “[...] Il Puer offre un contatto diretto con lo spirito [...] non è destinato a camminare, ma a volare.” (ib.)
     Come si vede, per Hillman il Puer parrebbe, per così dire ‘autoperfetto’ in sé ed avere anche un compito superiore da svolgere. Eppure, anche per il nostro autore, in fondo, il Puer non riesce a sfuggire totalmente ai suoi limiti intrinseci, al suo lato negativo. Essendo un ‘essere degli inizi’, non può evitare infatti a debolezza e impotenza proprie degli inizi; inoltre la unilateralità della sua azione verticale, la tendenza al volo e alla caduta, lo rendono debole sulla terra, perché “[...] il Puer non appartiene alla terra […]” e “[...] il mondo orizzontale, il continuum spazio-tempo che noi chiamiamo realtà non è il suo mondo.” (ib.). La velocità e la fretta gli fanno perdere il tempo presente; non conosce né l’attesa né la pazienza e di fronte alle difficoltà tende a rinunciare facilmente. Scrive  ancora Hillman: “Comprende poco dice ciò che si acquista con la ripetizione e la coerenza, vale a dire con il lavoro; non comprende il movimento avanti e indietro, da destra a sinistra, dentro e fuori, che favorisce la sagacia nel procedere passo-passo attraverso la labirintica complessità del mondo orizzontale.” (ib.).  Inoltre quello che egli definisce come “il necessario rapporto” del Puer  con lo Spirito viene ostacolato dal complesso materno, che può paralizzare e soffocare il Puer archetipico. E’ il rapporto con la madre, la Grande Madre castrante e incestuosa, che lo intrappola e lo tiene legato con un filo apparentemente invisibile ma resistentissimo, che gli impedisce di staccarsi da lei e di consegnarsi al mondo.
     Insomma, a onta di tutte le sue qualità e potenzialità, anche per Hillman quando il Puer va da solo, pur volendo andare dappertutto non va da nessuna parte e cade preda del suo lato “negativo”.
     Come può allora entrare nel mondo e nel tempo ed esprimere tutte le sue potenzialità? Secondo Hillman, perché ciò possa realizzarsi il Puer ha bisogno dell’incontro con il  Senex, che è principio dell’ordine, della temporalità, del limite e del confine. Ma, sia chiaro, anche il Senex ha bisogno dell’incontro con il Puer,  che è principio del movimento, dell’ascesa e della proiezione oltre il limite. Come il Puer, anche il Senex è duale e tende alla polarità e se viene, per così dire ‘lasciato solo’ dal Puer finisce inevitabilmente con il soggiacere al dominio del suo lato negativo.  Ecco così che possiamo intravedere le premesse del concetto ‘hillmaniano’ di “Archetipo bifronte”: Puer e Senex non possono andare da soli, ma devono sostenersi a vicenda all’interno di un archetipo composito, il “Puer et Senex”.
     Soffermandoci per un momento sul Senex, vale ricordare che anch’esso è duplice, e che nella sua duplicità/polarità - costitutiva anche del Puer -  questo archetipo è sì freddo, lento e pesante, ma va detto che, nel contempo, questa pesantezza gli fornisce anche densità e stabilità; la sua lentezza è certo tristezza e melanconia, ma anche quiete e riflessione; è la notte che annuncia il giorno. Come il Puer è sessualmente potente (ma ricordiamo che lo è tendenzialmente fuori dalla relazione amorosa), così il Senex è arido e impotente; ma  poiché appartiene a Saturno è contemporaneamente anche dio della terra e della fertilità; è colui che raccoglie  i frutti, ma che anche ne fa anche incetta;  che tende a conservare le cose, ma sovente soltanto per sé; e tende a farle durare per sempre. E’ vero che batte moneta ed è signore della ricchezza, ma è anche avaro e rapace; e poiché è divoratore di ogni cosa nuova, di ogni cosa che nasce è anche, alla fine, sterile. Moralmente è altrettanto bifronte: è onesto e leale, ma anche egoista, crudele ed astuto. E’ il Vecchio Saggio buono e comprensivo che capisce e sostiene e dà buoni consigli,  ma anche il Vecchio Re, freddo, crudele  e vendicativo che  intimorisce ed annichilisce. E’ Padre Buono e Padre Cattivo. Anche il Senex, così il Puer, se separato dall’altra metà dell’archetipo bifronte, vede scomparire ogni possibilità di luce e cade preda del suo lato negativo; può scivolare nel buio della depressione e della malinconia e diventare totalmente sterile e impotente, pesante ed immobile.
     Entrambi gli archetipi hanno dunque bisogno l’uno dell’altro per non finire preda dei propri aspetti negativi; e quando questo accade, (e cioè quando cadono preda dei rispettivi aspetti negativi) essi allora non si scoprono più soltanto diversi e polari ma anche ‘uguali’, e si manifesta fra loro una parziale identità, una sorta di identificazione al negativo. Se il Senex non vuol cambiare, il Puer è incapace di cambiare; se il Senex è sordo, il Puer non vuol sentire; entrambi sono capaci di mentire e possono essere freddi e aridi.  In modo diverso, sia l’uno che l’altro sono sterili,  entrambi chiusi in sé stessi, poiché l’uno, il Senex, si isola e l’altro, il Puer, come dice Romano: “[…] non fa volentieri amicizia.” (Romano, op.cit.). Entrambi sono reietti e vicini alla morte: il Puer, nel suo lato negativo è suicida e il Senex autodistruttivo. Entrambi evidenziano, anche se in forme diverse, l’assenza del femminile.
     Ciascuno dei due senza l’altro sembrerebbe perduto: il Puer, preda della sua inconsistenza e della sua inconcludenza, non si liberererebbe mai dalla Madre e non realizzerebbe mai compiutamente l’incontro con il Padre-Senex-Spirito; il Senex, per parte sua, si inaridirebbe e, sterile e freddo, coverebbe  rimpianti e rancori, scivolando nell’inerzia. Ciascuno dei due archetipi esprimerebbe, se così si può dire ‘il peggio di sé’.
     Essi sembrano dunque necessari l’uno all’altro. Ma il loro essere reciprocamente ‘necessari’ non significa che siano soltanto, come siamo abituati a pensare, semplicemente l’uno l’Ombra dell’altro, ma qualcosa di più: “[...] una segreta identità tra due metà, due metà non della vita, ma di un unico archetipo […]” (Hillman, op.cit.); ciascuno, dunque, una parte dell’archetipo bifronte “Puer et Senex”.
     Per questa ragione la scissione e la mancata ricomposizione/integrazione delle due polarità all’interno di questo archetipo composito (o bifronte)  sarebbero all’origine dell’annichilimento delle potenzialità positive insite in entrambi i singoli archetipi Puer e Senex, e del conseguente predominio dei loro rispettivi aspetti negativi. Il Puer ha dunque bisogno del Senex per non cadere nell’inconsistenza e nell’inconcludenza, e il Senex ha bisogno del Puer per non insterilirsi e per non fermarsi irrimediabilmente. Il figlio ha bisogno del padre e il padre del figlio, il discepolo del maestro e il maestro del discepolo. Il Puer senza il Senex fatica a entrare nella storia; il Senex  ha bisogno del Puer per non essere soltanto storia.
     Nella visione di Hillman la congiunzione feconda delle polarità scisse  dell’archetipo Puer/Senex permetterebbe di esperire tutte le potenzialità positive di entrambi i singoli  archetipi e di superare, nel contempo, le loro reciproche, intrinseche contraddizioni.

mercoledì 10 giugno 2015

Simbolismo della Foresta

Immagine
Di Eleonora De Simoni
La  foresta, spesso identificata con il bosco,  costituisce lo scenario ideale per l ‘ esperienza iniziatica e la strettamente connessa rappresentazione fiabesca: è un luogo simbolico fortemente seducente e primigeno, contrapposto alla nostra terra edificata, coltivata e controllata, uno spazio in cui le nostre regole, subalterne a quelle ‘‘caotiche,, della natura spontanea, perdono improvvisamente ogni valore.

La foresta è uno spazio intriso di contraddizioni: al contempo attrae ed inquieta, nutre e priva, conforta e minaccia,  offre scorci di intimo raccoglimento e disorienta con l‘ idea della sua sterminata estensione. Essa, così come la terra, possiede caratteristiche creative, metamorfiche e cicliche tipicamente femminili: il suo ventre oscuro inghiotte carcasse, miceti, sterco, fogliame putrefatto e vecchi ceppi metabolizzandoli in umido e fecondo humus; un‘ infinità di invisibili spore e minuscoli semi vi si posano ansiosi di germogliare,  i più adatti attecchiscono e penetrano con le loro radici  le profondità della terra traendone forza e nutrimento per  ergere, come piccoli Yggdrasil,  il  fiero tronco e il ventaglio dei rami al cielo.

Nella foresta la psicoanalisi individua l‘ area legata alla sfera inconscia e all' archetipo dell' ombra:  un luogo precluso alla luce solare, costellato di allegorie e  simboli iniziatici, teatro ideale delle fasi  indispensabili all‘ individuazione:  smarrimento,  vagabondaggio,  ricerca,  incontro, ritrovamento,  ritorno a casa.

 ‘‘La foresta, come simbolo onirico, è ricca di molti elementi di natura anche contraddittoria, innocenti o minacciosi: vi si raccoglie cioè che forse un tempo potrà affiorare ai livelli consci della nostra esistenza civilizzata,, Ernst Aeppli. La foresta è un elemento ricorrente nella nostra cultura letteraria ufficiale, oltre che  popolare: In una selva oscura Dante inizia il suo viaggio attraverso regni ultraterreni; attraversando la foresta Polífilo compirà il viaggio iniziatico verso l‘ amore platonico; nell‘ isolamento del  bosco, mistici, eremiti ed asceti trovano il luogo ideale per accedere a stati superiori di coscienza;  attraversando scenari silvestri disseminati di tranelli e pericoli, i protagonisti delle fiabe e gli eroi della letteratura cavallersca medievale superano le difficili prove che li condurranno all‘affermazione personale, sessuale e sociale.La foresta è stata per millenni teatro della nostra evoluzione. Scegliendo di attraversarla avremmo avuto la possibilità di  conoscere nuovi sentieri, trovare nuovo nutrimento per noi e i nostri figli, raccogliere legna per scaldarci, cuocere il cibo, fondere il metallo, costruire la nostra casa, i nostri suppellettili e le nostre armi. Ma inoltrarsi nel bosco implicava, ed implica,  inevitabilmente la possibilità di smarrirsi, di essere attaccati, di ferirsi, avvelenarsi, di non essere uditi o soccorsi in caso di bisogno: la foresta ha il potere di distruggere le nostre velleità di controllo mettendo in luce tutta la nostra vulnerabilità.  Il bosco seleziona gli individui più forti e/o intelligenti inghiottendo, senza possibilità di appello,  tutti gli altri, rendendoli così immediatamente utilial ciclo biologico.

Il folklore e la nostra risposta fantastica di fronte ai prodigi fenomenici naturali, hanno da sempre popolato la foresta di  fantastiche entità duali, ibride tra uomo e fiera, tra razionale e selvaggio, tra sensibile e incomprensibile: divinità paniche, gnomi, elfi, fate, troll,  streghe, nix, orsi e lupi parlanti: esseri in grado di possedere e controllare  i poteri propri della natura: metamorfosi, moltiplicazione,distruzione. Personaggi ora benevoli e seducenti pronti a mettere alla prova e premiare la nostra moralità, ora ostili e spaventosi, suscitanti terror pánico  personificazioni ‘‘ di componenti primitive pericolose del nostro essere, poiché, la nostra natura, come si sa, non è esclusivamente positiva,, (E. Aeppli) 

L'archetipo del Puer Aeternus come base psichica dei cambiamenti individuali e sociali moderni

Graffito Banksy, http://joohnchoe.com

Di Mario Morena

 Per capire il significato dell'emergenza dell'archetipo del puer aeternus nella nostra cultura, sarà opportuno dapprima considerare il significato della sua attivazione nell'inconscio del singolo individuo. Per potere fare ciò dobbiamo riferirci ad uno schema dello sviluppo psicologico in cui inserire il fenomeno. Come sappiamo, Jung non formulò mai una teoria sistematica dello sviluppo psicologico. Questo compito fu intrapreso da Neumann, che si basò sulla geniale intuizione del rapporto esistente tra immagini archetipiche e fasi di sviluppo della coscienza dell'Io, sia nella storia dell'umanità che nel singolo individuo. In un suo recente saggio Edinger ha esposto in sintesi le fasi descritte da Neumann: uroborica, matriarcale, patriarcale e integrativa, sottolineando che: « queste fasi sono, per cosi dire, stazioni successive alle quali ritorniamo sempre di nuovo nel corso di un viaggio a spirale che ci riporta varie volte sullo stesso percorso, ma ogni volta ad un diverso livello di consapevolezza conscia». Nella fase che Edinger chiama integrativa, è necessario un nuovo cambiamento per recuperare gli elementi psichici esclusi dalla fase patriarcale precedente, unilaterale ed incompleta. Seguendo Edinger l'archetipo dominante in questa fase è quello indicato come archetipo della trasformazione. Il tema della nascita dell'eroe o puer aeternus, egli dice, appartiene a questo archetipo: « quest'immagine esprime l'emergere di un nuovo contenuto dinamico nella personalità che preannunzia un cambiamento decisivo ed un allargamento della coscienza » . Possiamo dire, perciò, che l'attivazione dell'archetipo del puer aeternus in un'esistenza individuale, in relazione agli eventi della storia personale e alle influenze culturali, corrisponde alla esigenza del passaggio da una fase patriarcale ad una integrativa. Il puer tende a determinare un nuovo atteggiamento dell'Io, di rinuncia alla sicurezza offerta dagli schemi patriarcali convenzionali e di esposizione all'inconscio, ai pericoli di una regressione e ai legami matriarcali, con la intenzione di recuperare elementi perduti ma necessari, in quanto la loro scoperta rappresenta un passo decisivo verso l'integrazione psicologica e la conciliazione degli opposti. Nei « Prolegomeni » Jung disse che « il motivo del fanciullo rappresenta l'aspetto " infanzia " precosciente dell'anima collettiva ». La sua emergenza è perciò condizionata dal fatto che prima c'era stata una » dissociazione » tra lo stato del presente e lo stato del passato: « per esempio, le condizioni presenti sono venute in contrasto con le condizioni dell'infanzia. Ci si è forse staccati violentemente dal proprio carattere originario, per adottare una « persona » corrispondente all'ambizione. Con ciò si è diventati « an-infantili » e artificiosi e si sono perdute le proprie radici ». L'archetipo del puer perciò ha una funzione compensatrice: « la coscienza differenziata è continuamente minacciata dallo sradicamento e, per conseguenza, ha bisogno di una compensazione per mezzo dello stato d'infanzia ancora reperibile ». Un altro aspetto essenziale dell'archetipo ricordato da Jung è il suo carattere di avvenire: « il fanciullo è un avvenire in potenza. Perciò il presentarsi del motivo nella psicologia dell'individuo significa normalmente un'anticipazione di sviluppi futuri, anche quando al primo momento sembra trattarsi di una formazione retrospettiva... Perciò non è sorprendente se i redentori mitici sono così spesso dei fanciulli. Ciò risponde perfettamente alle esperienze della psicologia individuale, esperienze che mostrano come il " bambino " prepari un prossimo cambiamento della personalità. Esso anticipa nel processo di individuazione quella forma che deve prodursi dalla sintesi degli elementi coscienti ed incoscienti della personalità. Esso è dunque un simbolo unificatore dei contrasti, un mediatore, un redentore, vale a dire un integratore ». Sulla base di queste indicazioni di Jung a proposito dell'archetipo del puer, in cui possiamo cogliere positivamente un momento psicologico di rinnovamento radicale, di rinascita spirituale, di trasformazione del cosmo psichico, possiamo spostare la nostra attenzione sul piano culturale, per chiederci se ci sono veramente condizioni che favoriscano oggi l'attivazione dell'archetipo e se la precisa analogia tra la fenomenologia di questo archetipo e quella della ribellione studentesca possa essere interpretata come una conseguenza dell'emergere dell'archetipo del puer nella nostra cultura. Jung in un certo senso ha già risposto affermativamente alla prima domanda scrivendo a proposito dell'archetipo del puer: « forse abbiamo ragione di estendere l'analogia individuale anche alla vita dell'umanità e cosi arriveremo al risultato che probabilmente l'umanità incorre sempre in contraddizioni con le proprie condizioni d'infanzia, vale a dire con il suo stato originario, incosciente ed istintivo ed è minacciato dal pericolo inerente a una simile contraddizione che è, del resto, condizione della visione del puer ». E ancora più esplicitamente dicendo che « la situazione di conflitto dalla quale il fanciullo emerge come tertium irrazionale, è naturalmente una formula adeguata a una determinata fase di evoluzione psicologica, vale a dire a quella moderna ». In altre parole il carattere patriarcale della nostra cultura, e la sua attuale crisi, rappresentano le premesse essenziali per l'attivazione dell'archetipo. Gli elementi che determinano il carattere patriarcale della nostra cultura sono cosi numerosi ed ovvi che forse non è necessario soffermarsi a lungo su questo argomento. Sul piano filosofico dominano l'empirismo ed il razionalismo; la scienza meccanicistica e deterministica promuove uno sviluppo tecnologico alienante; persiste sul piano etico una morale autoritaria e repressiva basata sul senso di colpa; su quello sociale vi è un'economia capitalista e competitiva o un socialismo che nega alcune delle sue premesse teoriche; sul piano psicologico predomina l'individualismo basato sulla volontà di potenza. Nella sua « Realtà dell'anima » Jung ha sottolineato che nella nostra cultura c'è uno sviluppo unilaterale del conscio ed una contemporanea progressiva perdita di contatto con l'inconscio. Egli ha scritto: « lo smarrimento della coscienza del mondo moderno proviene in primo luogo dalla perdita dell'istinto e ha il suo fondamento nell'evoluzione dello spirito umano nell'era testé trascorsa. A mano a mano che l'uomo prendeva possesso della natura, si ubriacava d'ammirazione per la propria scienza e il proprio potere, e sempre più profondo si faceva in lui il disprezzo per ciò che è puramente naturale e casuale, compresa la psiche oggettiva, che, appunto, non è la coscienza ». Gli elementi indicativi di una crisi dei valori e degli atteggiamenti patriarcali sono anche numerosi ed evidenti e contribuiscono nel loro insieme alla disintegrazione del canone culturale attuale.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:Rivista di Psicologia Analitica-Il fondamento archetipico della protesta giovanile come fenomeno culturale e individuale, pg 5-8

http://www.rivistapsicologianalitica.it/v2/PDF/3-1-1972-Successo_e_fallimento_nellanalisi/3-1-1972_cap3.pdf

I Numeri come Archetipi dell'Inconscio Collettivo



Jung affermava che il numero è la più primitiva espressione dello spirito, intendendo come spirito l’aspetto dinamico dell’inconscio. Nella sua conferenza del 1919 egli usa per la prima volta il temine “Archetipo, (da Archè, principio, origine, e typos, forma, ma anche immagine). Dice Jung: “oltre alla nostra coscienza immediata, che è di natura del tutto personale, esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui. Quest’inconscio collettivo non si sviluppa individualmente ma è ereditato. Esso consiste in forme preesistenti, gli Archetipi, che possono diventare coscienti solo in un secondo momento e danno una forma determinata a certi contenuti psichici”. Gli Archetipi, queste raffigurazioni collettive dell’incoscio, essendo ereditate, sono un patrimonio comune dell’umanità e si ritrovano nei miti e nelle leggende di tutti i popoli. Gli dei e le divinità dei pantheon stanno da sempre dietro le quinte del teatro del mondo e si manifestano come personalità che agiscono nei sogni e nelle fantasie. Nella vita ci possono essere tanti Archetipi, quante situazioni caratteristiche e li ritroviamo nei modelli tipici e riconoscibili del comportamento umano. Essendo gli Archetipi situati in zone profonde dell’inconscio collettivo, influenzano il comportamento dell’uomo senza che egli ne sia consapevole. Questo potenziale genetico archetipico col quale ognuno di noi viene al mondo, detemina il patrimonio di talenti e di capacità innate che ciascuno di noi possiede. L’Archetipo come modello universale Tutti gli dei sono modelli potenziali nella vita dell’uomo, tuttavia alcuni sono attivi e potenziati, altri no. Jung ricorse all’analogia della formazione dei cristalli per spiegare la differenza tra i modelli archetipici (universali) e gli Archetipi che sono attivati in noi. L’Archetipo è come un modello invisibile che determina quale struttura assumerà un cristallo nel formarsi. Una volta che il cristallo si sarà formato concretamente, il modello è analogo ad un Archetipo attivato. Gli Archetipi possono essere anche paragonati ai semi, la cui crescita dipende dal terreno e dalle condizioni climatiche. Gli Archetipi sono modelli fondamentali, alcuni dei quali per natura, sono più forti in certe persone che in altre.

 Fonte: www.kabbalah.it

I Principali Archetipi dell'inconscio Collettivo indicati da Jung


Di Ada Cortese

L'inconscio ha a disposizione molti più dati della piccola e giovane coscienza ed esso riesce quindi ad avere una visione più globale ed integrata che gli permette di suggerire soluzioni sensate.
Introduciamo il discorso ricordando gli ultimi concetti fondamentali riportati già nel numero precedente.
Tra i fondamentali archetipi Jung cita: quello dell'Ombra, quello dell'Anima, quello del Vecchio Saggio.
Essi sono le personificazioni di tappe fondamentali lungo il processo di individuazione e ciascuno cela dietro di sè i successivi.
Se le trasformazioni e le relative dinamiche sono simbolicamente personificate, il processo, in quanto tale, della trasformazione è rappresentato da situazioni, luoghi, modi e mezzi tipici ("archetipi della trasformazione") che simboleggiano la specie di trasformazione di cui si tratta.
Caratteristica di questi, come di tutti i simboli, personificazioni e no, è la loro plurivocità, polivalenza, paradossalità (come lo spirito degli alchimisti che è giovane e vecchio insieme), nonché "la loro pienezza di riferimenti che rende impossibile ogni univoca formulazione." Il processo simbolico -prosegue Jung - può essere rappresentato dalle immagini alchemiche, come pure dal sistema tantrico dei "chakra" e da altre ancora, ed è "un'esperienza nell'immagine e dell'immagine". Il suo svolgimento presenta una struttura enantiodromica, ovvero "un ritmo negativo e positivo, di perdita e di guadagno, di luce e di tenebra".
L'inizio del percorso è caratterizzato da una situazione impossibile. Suo scopo è un'illuminazione o più elevato grado di coscienza per mezzo della quale il punto di partenza è superato su un piano più alto. In termini di tempo il processo può presentarsi condensato in un sogno, in un breve istante di esperienza o mesi o anni a seconda del punto di partenza e dello scopo che dev'essere raggiunto.
L'archetipo dell'Ombra
Secondo Jung l'Ombra è la prima raffigurazione archetipica che si incontra lungo il cammino della via interiore: come in uno specchio ci viene rimandata la nostra immagine interiore avanti a cui nessun trucco d'identificazione totale con la nostra 'Persona' regge. Persona sta qui per identità di copertura in cui si è quel che gli altri vogliono che noi si sia e quel che noi amiamo pensare di essere. Persona è la maschera dell'attore.
L'atto riflessivo su noi stessi, accompagnato dall'ausilio dell'inconscio stimolato, ci restituisce anche ciò che di noi non amiamo vedere.
L'Ombra è quindi la figura negativa portatrice dei nostri limiti.
Incontrarla, un po' ridicola e un po' minacciosa, significa accettarla e, accettandola, permetterle di offrire quanto di prezioso racchiude in se stessa: non scordiamo che ogni simbolo è ambivalente e che ogni negativo è ponte verso un positivo e viceversa in un costante gioco dialettico.
Additando il limite l'Ombra si fa lanterna verso figure sempre più numinose e accade così che, attraverso di lei (figura con cui - è bene ricordare - si convivrà tutta la vita stante l'infinita imperfezione e l'infinita perfettibilità dell'uomo), si faccia avanti l'archetipo dell'Anima.
Sogni di incontro con l'Ombra possono essere i seguenti:
"La sognatrice entra in un palazzo dai grandi saloni.
Nascosta assiste al turpe lavoro che là dentro, ad opera di una megera, si va compiendo: giovani donne vengono pietrificate e quella di turno, come tutte le altre, lascia fare limitandosi a chiedere che non le venga fatto sentir dolore." " La sognatrice vede uscire tanti macellai dai loro negozi ciascuno dei quali porta in braccio la propria donna ingessata dalla cintola in giù. Si sa che le loro gambe sono sanissime!" "Il sognatore su di una grossa moto vede sul marciapiede un collega che lui sa essere il migliore nel loro settore in città. S'accorge in quel momento, in cui è roso dall' invidia, d'avere un pene lunghissimo, e sottilissimo ravvolto a fune, che gli ostacola la guida."
 "Il sognatore scorrazza spensierato e frivolo nel deserto a bordo di un carretto trainato da un cane. Si ritrova a casa dei suoi genitori dove un sacerdote dice che nel deserto è giusto andarci solo per trovare Dio."
L'archetipo dell'Anima
L'archetipo dell'Anima non rimanda a nessun concetto religioso di stampo dogmatico. Essa rimanda a quanto di più vivo, spontaneo, aprioristico c'è nella psiche, nei suoi umori, reazioni, impulsi.
"E' qualcosa che vive di per sè, che ci fa vivere; una vita dietro la coscienza, alla quale non può essere completamente integrata e dalla quale, piuttosto emerge." L'immagine dell'Anima, sostiene Jung, è proiettata dagli uomini sulle donne (mentre in queste ultime è l'immagine corrispondente, l'Animus, ad essere proiettata sugli uomini). L'Anima permette l'accesso al mondo del trascendente, del metafisico e degli dei.
"Tutto quel che l'Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico (...)
In quanto vuole la vita, l'Anima vuole il bene e il male (...) crede nel bello e nel buono (...) E' occorsa una lunga differenziazione cristiana per chiarire che il bene non è sempre bello e che il bello non è sempre buono (...) L'Anima è conservatrice e si attiene in modo esasperante all'umanità antica. Perciò appare spesso e volentieri in veste storica, dimostrando predilezione per la Grecia e l'Egitto".
Il confronto con l'Anima richiede molto più coraggio che il confronto con l'Ombra proprio perché qui si entra nel terreno proibito degli dei: si entra cioè in quei fatti psichici che fino ad or non è molto furono, e ancora spesso sono, proiettati all'esterno.
Per il figlio è la madre personale il luogo della proiezione dell'Anima quale patrimonio di risorse spirituali e morali. Per l'uomo antico era la dea o la strega. Per l'uomo medioevale l'Anima era proiettata nella Regina del cielo e nella Madre Chiesa.
Il primo momento dell'incontro con l'Anima è generalmente segnato dal suo lato elfico irrazionale ove saggezza e follia sono una cosa sola. Essa sospinge la nostra vita in un'ondata di caos ove tutti i nostri riferimenti, i nostri parametri crollano, ove la sconfitta del nostro Io è totale.
Pare necessaria una totale resa perché nuovi e più profondi livelli di significato, tramite appunto "l'archetipo del significato" (in figura di giovane-vecchio)
emergano dietro l'archetipo dell'Anima (che di solito si presenta in figura giovanile) e del suo gioco apparentemente crudele.
Sogni di "mortificatio" e di resa totale possono essere considerati i seguenti:
"Il sognatore è chiamato militare e finisce nella parte più brutta della caserma. Viene collocato in una camera vicino ai gabinetti. Cattivo odore e squallore. Qualcuno lo invita a ribellarsi ma egli non accoglie il suggerimento. Sa che "ci deve passare" e che in ogni caso la sua identità è altrove." "La sognatrice viaggia a bordo della sua macchina con in testa una precisa meta. Giunge a un cimitero." "La sognatrice va in montagna per sciare ma è scalza. Ha fame ma non le viene dato da mangiare nè nel ristorante di lusso nè al piccolo chiosco." Sogni dell'Anima (Animus) folle possono essere considerati i seguenti:
"Il sognatore è a spasso in una pausa di lavoro con i colleghi. Discutono su una inquietante vicenda che sconvolge gli abitanti della zona: una strana creatura ammazza e divora le persone che incontra.
Mentre passeggiano viene loro incontro una giovane donna che spiega loro il suo dramma: è affetta da strana malattia che le fa fare cose di cui poi non serba alcuna memoria. Comprendono che è lei il mostro. La donna sente sopraggiungere una delle sue crisi e chiede loro aiuto: se non la lasceranno sola, se non avranno paura di lei, potrà guarire e così accade. Il sognatore avverte per tutto il tempo una profonda vicinanza con la donna malata." "La sognatrice vede un suo caro amico furoreggiare a bordo della moto.
Egli è fuori di sè. Vorrebbe aiutarlo e cerca di salire a bordo con lui.
Uno gnomo però la toglie di peso e prende il suo posto: seguirà lui il "folle". Dopo acrobatiche evoluzioni la moto scontra un altro mezzo e i due vengono scaraventati via. La sognatrice sa che l'amico è stato catapultato avanti ad una chiesa. A quel punto ella sente che entrambi sono una cosa sola e che potrà rimettersi in contatto con la sua guida spirituale."
E' evidente che in questo sogno il Vecchio Saggio, lo spirito, è rappresentato dallo gnomo, mentre l'Animus impazzito, "negativo", è rappresentato dall'amico.
Sogno dell'Animus "assennato":
"La sognatrice è con un ragazzo biondo dagli occhi azzurri. Ella non lo tollera perché lo sente assolutamente critico nei suoi confronti."
Sogno dell'Anima "assennata":
"Il sognatore vede giungere verso la tribù onirica a cui appartiene un gruppo di donne dotate di un'arma potentissima: è l'arma del pensiero tramite cui possono spostare e lanciare oggetti. Esse sono per definizione il Nemico.
Neanche l'evocazione degli spiriti protettori ha potere su di loro. Le donne però si svelano generose e violente ad un tempo: esse lasciano sì andare il sognatore ma costringendolo a fare i conti con l'umiltà e con l'umiliazione.
L'archetipo del Vecchio Saggio
L'archetipo del significato altro non è che quello del Vecchio Saggio: nel mito e nel folclore impersona lo Spirito.
Anch'esso ha natura dicotomica. Può mostrare il lato superiore o quello inferiore di se stesso. Superiore è quello che si fa, con spirito giovanneo, annunciatore del Sè, o anche più semplicemente, è quello che porta ad un arricchimento di fattori spirituali in chi fin là li ha rimossi.
Inferiore quando mostra per esempio la fissazione del sognatore a stati mentali remoti e allora lo spirito va a coincidere, in forma di bambino, con l'Ombra infantile.
"Il Vecchio Saggio appare nei sogni come mago, medico, sacerdote, maestro, professore, nonno (Grande Padre), o persona comunque autorevole.
L'archetipo dello spirito in forma di uomo, gnomo o animale, si presenta sempre in una situazione in cui perspicacia, intelligenza, senno, decisione, pianificazione ecc., sarebbero necessari, ma non possono provenire dai propri mezzi.
L'archetipo compensa questo stato di carenza spirituale con contenuti capaci di colmare la lacuna."
Sogni del "Vecchio Saggio":
"Il sognatore sta scalpellando il legno di un pavimento per giungere alle venature più pure. E' molto stanco ma un vecchio al suo fianco lo induce a continuare perché - egli dice - "Cristo ha svolto molto più lavoro di te".
Il sognatore insiste e intanto il Vecchio muore. Il sognatore piange a dirotto e il vecchio si siede dicendogli che è contento di averlo visto piangere per lui. Dopodichè torna a morire." "La sognatrice assiste al formarsi di un enorme vortice che sta risucchiando tutta la materia dell'universo. Dio le chiede il bilancio della sua vita ed ella sente che sta per morire risucchiata nel grande buco nero.
Dio le chiede se ha ancora qualche affetto che la lega alla terra: "Sì, mia madre". Dovrà morire comunque."
 Abbiamo accennato all'archetipo del "Vecchio Saggio" e abbiamo visto che, secondo Jung, esso custodisce il "senso" ancora nascosto dell'esperienza.
Donde ci giunge dunque tale "senso", da dove "prendiamo" il significato?
E' evidente, proprio per quanto fin qua detto, che esso ci giunge dall'inconscio.
Già sappiamo che esso presenta due facce: una volta al passato, all'istinto, al preistorico e preconscio; l'altra volta al futuro che esso sa anticipare in virtù della "istintiva preparazione e disponibilità dei fattori che determinano la sorte dell'uomo. Una conoscenza completa della struttura inconscia presente in ogni individuo fin dalla sua origine permetterebbe di preannunciarne ampiamente il destino(...)
Generalmente la coscienza pensa senza tenere in considerazione le precondizioni ancestrali e senza calcolare l'influsso di questo fattore a priori sul modo in cui si configura il destino. Se noi pensiamo in termini di anni, l'inconscio pensa e vive in termini di millenni. (...) Processi e funzioni psichiche esistevano ben prima che vi fosse una coscienza dell'Io. L'aver pensieri fu una realtà ben anteriore a quella in cui l'uomo potè dire sono consapevole di pensare".
L'inconscio ha a disposizione molti più dati della piccola e giovane coscienza ed esso riesce quindi ad avere una visione più globale ed integrata che gli permette di suggerire soluzioni sensate. L'inconscio, che esisteva e "funzionava" già prima della coscienza, continua ora accanto ad essa, con o senza il suo appoggio e, come per la coscienza "primitiva", anche per la nostra coscienza "civilizzata" il rischio di "perdere l'anima" in virtù di possessioni, fascinazioni, incantesimi, persiste ed anzi aumenta col crescente impallidire dei simboli trascendenti esteriorizzati che in passato ci salvaguardavano dai movimenti dell'inconscio.
Il bisogno spirituale che quei simboli andavano a realizzare ora non può essere più soddisfatto se non ritrovando quei simboli là dove da sempre risiedono.
Ecco perché con Jung anche noi pensiamo che conoscere l'inconscio sia questione vitale perché oggi si tratta di esistere o non esistere spiritualmente. E, per tutto quello che sappiamo, è da noi stessi che potremo rinascere in un nuovo tipo di battesimo che solo le oscure acque dell'inconscio possono permettere.
Note Bibliografiche:
C. G. Jung, La dinamica dell'inconscio - vol. 8 Opere Complete - ed. Boringhieri; C. G. Jung, Psicologia e religione - vol. 11 O. C. - ed. Boringhieri; C. G. Jung, Gli archetipi dell'inconscio collettivo - vol. 9 tomo primo O. C. - ed. Boringhieri; Julian Jeynes, Il crollo della mente bicamerale; ed. Adelphi Per il ripensamento contemporaneo dell'archetipo dell'Anima si consultino le opere di J. Hillman.
 

FONTE:http://www.geagea.com/33indi/33_08.htm

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