sabato 30 gennaio 2016

Psicologia del bene e del male: chi sono i buoni e chi i cattivi?


Di Rosalba Miceli

http://www.lastampa.it/

Uno dei temi su cui si arrovellava lo psicoanalista tedesco di origine ebraica Erich Fromm, sollevato drammaticamente da quanto era avvenuto nei campi di concentramento nazisti, è come individui apparentemente normali, messi in condizioni idonee, possono diventare dei perversi, dei sadici, degli aguzzini.

Altri, invece, sostiene Fromm, posti nelle medesime condizioni, non diventeranno mai dei perversi, non faranno mai del male (Fromm, L’amore per la vita). Cosa differenzia questi soggetti dai primi? E quali condizioni favoriscono l’espressione di una aggressività e distruttività latente? La psicoanalisi attuale, orientata in senso relazionale, e la psicologia sociale, stanno ancora cercando delle risposte.

Gli studi attuali prendono in esame anche un altro tipo di violenze, che si consumano negli ambienti tipici della vita quotidiana: individui dall’aria insospettabile, bravi padri e madri di famiglia, piacevoli compagni che tengono conto dell’opinione dei vicini, possono reprimere una pulsione che non sarebbe socialmente accettata, talvolta si abbandonano a vere e proprie torture psicologiche nei confronti di colleghi di lavoro più vulnerabili, o viceversa, individui rispettabili sul posto di lavoro vivono situazioni familiari cariche di violenza, di odio, di vendetta. O ancora, cittadini impeccabili, benevoli con i bambini e gli animali, sono tuttavia in grado di manifestare aperta ostilità ed aggressività nei confronti dello straniero.

Si tratta di un deficit di empatia o la forza di certe situazioni è tale da condizionare i comportamenti dell’individuo? Per spiegare questi casi, e anche la “banalità del male” emersa dai racconti degli imputati al processo di Norimberga, l’orrore dei campi di concentramento a cui lui stesso è sfuggito fortunosamente da bambino, ma che hanno ingoiato la sua famiglia, lo psicoanalista francese Boris Cyrulnik parla di perversione “congiunturale”, diversa dalla perversione “strutturale” in quanto non sembra, almeno apparentemente, connessa ad un particolare percorso evolutivo: il perverso congiunturale manifesta una “serena” disposizione a fare del male solo quando ne ha l’occasione.

Si può intervenire, modificandola, su una situazione che esercita un effetto di pervertimento? Cyrulnik propone di agire sui discorsi culturali che permeano l’ambiente “malato”, incrementando la partecipazione attiva dei soggetti alla cultura, ai dibattiti, alle decisioni politiche. “Si vede, allora, che molti individui si meravigliano dei propri comportamenti precedenti o di ciò in cui hanno creduto” (Boris Cyrulnik, Autobiografia di uno spaventapasseri, Raffaello Cortina Editore). Al contrario, il perverso “strutturale”, con chiare carenze nello sviluppo emotivo, risponderà soltanto in modo perverso, qualunque sia l’ambiente relazionale o la situazione.

Più drastica la posizione espressa da Phil Zimbardo, una delle figure più autorevoli della psicologia sociale contemporanea, già presidente dell’American Psychological Association, attualmente professore emerito alla Stanford University, e riproposta recentemente da Piero Bocchiaro, psicologo sociale formatosi alla Stanford University, autore del saggio “Psicologia del male” (Editori Laterza): chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano. “Compiere il male - sottolinea Zimbardo nella prefazione al saggio di Bocchiaro - vuol dire attuare in maniera intenzionale un comportamento che danneggi, oltraggi, umili, deumanizzi o distrugga una o più persone innocenti, mentre restano escluse da questa definizione le condotte che procurano sofferenza o morte in maniera accidentale. L’ipotesi di Zimbardo che annulla o quantomeno riduce lo scarto tra i buoni ed i cattivi, tra il bene ed il male, è stata testata in un famoso esperimento: nell’estate del 1971 Zimbardo, allora professore di psicologia alla Stanford University, realizzò l’Esperimento carcerario di Stanford, rivelando come un contesto carcerario possa innescare comportamenti riprovevoli nei soggetti coinvolti.

Zimbardo si prefiggeva di indagare il comportamento umano in un ambiente sociale in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto. Fra 75 studenti universitari che risposero a un annuncio, furono scelti 24 maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati e meno inclini a manifestare comportamenti devianti; i giovani furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.

I prigionieri portavano ampie divise sulle quali era applicato un numero, mentre le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole che impedivano ai prigionieri di coglierne lo sguardo. I risultati di questo esperimento sono andati oltre le previsioni degli sperimentatori, rivelandosi particolarmente drammatici: i volontari che assumevano il ruolo di prigionieri tendevano ad identificarsi automaticamente nel gruppo dei prigionieri, in contrapposizione al gruppo delle guardie, mettendo in secondo piano o escludendo del tutto altri tipi di somiglianze e differenze.

Dopo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e barricandosi all’interno delle celle, presero a inveire contro le guardie; queste ultime risposero alle ingiurie cercando di intimidirli e umiliarli in vario modo; al quinto giorno i prigionieri mostravano segni evidenti di disagio emotivo e passività mentre il comportamento delle guardie scivolava pericolosamente verso il sadismo. A questo punto i ricercatori interruppero l'esperimento.

Assumere un ruolo di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, induce ad accettare le regole dell'istituzione come unico valore, indebolisce il senso di responsabilità personale riguardo alle conseguenze delle proprie azioni, alimentando l’espressione di impulsi antisociali. Zimbardo utilizza l’Esperimento carcerario di Stanford come modello per comprendere le dinamiche che possono verificarsi in altre situazioni - anche un innocuo ambiente lavorativo come un ufficio può trasformarsi in una prigione opprimente, con vittime designate da una parte e kapò dall’altra - e suggerisce la necessità di un cambiamento di paradigma dal modello medico prevalente focalizzato sull’individuo che compie il male verso una maggiore attenzione alle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male.

L'importanza degli studi di Zimbardo è stata riproposta dalle tristi vicende del carcere di Abu Graib. Era l’aprile del 2004 quando i media di tutto il mondo diffusero le immagini della galleria di orrori di cui si erano resi responsabili i soldati americani nei confronti dei prigionieri iracheni che vi erano detenuti. Nel 2004, Zimbardo ha testimoniato presso la corte marziale in difesa del sergente Ivan “Chip” Frederick, una guardia della prigione di Abu Graib, sostenendo che la pena relativa a Frederick doveva essere valutata tenendo conto delle pressioni ambientali subite dal militare, con le aggravanti di un addestramento e di una supervisione molto limitati (a Frederick è stata inflitta una pena di 8 anni).

Tra le variabili situazionali che innescano un processo di “deindividuazione”, l’effetto “folla” è tra i più sconvolgenti: una folla inferocita o in preda al panico può divenire incontrollabile, scavalcando argini, pressando, calpestando qualunque cosa, qualunque persona si trovi sul suo cammino. “La massa psicologica è una creatura provvisoria, composta di elementi eterogenei saldati insieme per un istante, esattamente come le cellule di un corpo vivente formano, riunendosi, un essere nuovo con caratteristiche ben diverse da quelle che ciascuna di queste cellule possiede”, scriveva lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon nel saggio del 1895 “Psicologia delle folle”. Gli esempi non mancano: dalla tragedia dell’Heysel, il massacro perpetrato dagli hooligan alla finale della Coppa dei Campioni dell’85, alla tragedia più recente, avvenuta il 24 luglio scorso al festival techno di Duisburg dove la micidiale ressa dei partecipanti divenuti una massa fisica (e forse anche psicologica), ha provocato una ventina di morti e centinaia di feriti.

Ammesso che il male agisca fuori e dentro di noi, cosa sappiamo del bene? Alla banalità del male, Zimbardo oppone la ordinarietà del bene. Gli eroi sono in genere eroi della vita quotidiana, i quali in particolari situazioni si coinvolgono in azioni straordinarie. Osserva Zimbardo, si tratta di individui ancora poco noti alla psicologia, che preferisce indagare menti criminali, intriganti maggiormente l’immaginario comune: è indubbiamente più facile identificarsi con l’aggressore, con colui che esercita un potere sull’altro, mentre colui che fa del bene ispira anche una certa diffidenza, come se l’attenzione per l’altro fosse già di per sé sospettabile.

Ma siamo tutti eroi pronti a fare del bene quando se presenta l’occasione? O essere dalla parte del prossimo richiede particolari competenze emozionali, un training emotivo che porta a riconoscere una comune vulnerabilità, una “conversione al bene”, la scelta consapevole tra diverse e a volte contrastanti opzioni?


FONTE:http://www.lastampa.it/2010/07/28/scienza/galassiamente/psicologia-del-bene-e-del-male-chi-sono-i-buoni-e-chi-i-cattivi-1yadHOGrG5aQgElww4UDOP/pagina.html

VISTO ANCHE SU http://www.psicologoamico.it/esteso.asp?esteso=1611

5 IDEE PER AIUTARE IL DIALOGO TRA GENITORI E FIGLI




FONTE:https://www.facebook.com/Comunicareinfamiglia/photos/a.114072672049220.16038.113408708782283/797584633698017/?type=1&theater

1 LA SCELTA DEI TEMPI. Scegliamo il momento. Ci accorgiamo quando un ragazzo ha voglia di parlare e quando no. In macchina, o tardi la sera, sono spesso momenti giusti per parlare. Lasciamoci guidare da lui. Rinunciamo se non va e siamo pazienti. 

2 UNO SPUNTO DI CONVERSAZIONE. Possiamo prendere spunto da una notizia del telegiornale, da quello che accade in una fiction televisiva, da un programma tv. Parlare di fatti e persone estranei può essere più facile che parlare di cose personali.

3 APRIAMOCI PER PRIMI. Cominciamo a parlare di noi stessi, parliamo di qualcosa che ci è capitato. Così alimentiamo un clima di fiducia che facilita la confidenza. Evitiamo invece domande dirette, con le quali cerchiamo di condurre il discorso dove vogliamo noi.

4 ATTIVITA’ INSIEME. Fare qualcosa insieme facilita la conversazione. Preparare una merenda, un aperitivo, riparare un oggetto del figlio assieme a lui.

5 ASCOLTO. La comunicazione funziona a due vie. Parlare e ascoltare vanno di pari passo. Più dimostriamo che vogliamo ascoltare, più l’altro parlerà.

Elaborato dal testo di John Coleman, Perché non mi parli?, Raffaello Cortina Editore, pp 3, 10 e 11 - Foto: Eddy Berthier, Creative Commons, dominio pubblico.



L'egoismo positivo che fa bene all'autostima

Senza egoismo niente autostima
Sia in tenera età che da vecchi siamo più egoisti che mai: si tratta di momenti della vita in cui l'educazione e l'autocontrollo non sono ancora ben strutturati oppure tendono a tramontare, lasciando spazio a un modo di essere spontaneo e istintivo. La morale comune e i pregiudizi consueti direbbero che stiamo parlando di un difetto da correggere;  al contrario, prendersi cura di sé, ascoltare in primo luogo le indicazioni che sgorgano dal proprio animo, allontanarsi dal modo comune di pensare è l'unica via per diventare consapevoli e accrescere l' autostima.
Non nascondiamo l'egoismo sotto una maschera
Troppe volte però il timore di essere tacciati di egoismo ci impedisce di manifestare la nostra autenticità, in troppe occasioni indossiamo la maschera dell'altruismo, mostrandoci bravi, buoni, per nascondere ciò che siamo. Ciò condiziona il processo evolutivo della nostra personalità, impedisce di trovare il nostro percorso, e alla lunga mina proprio la nostra autostima. Scriveva Carl Gustav Jung che «ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irreversibile, che opera in modo silenzioso ma spietato».
Senza egoismo più ipocrisia e meno autostima
Anche Friederich Nietzsche la pensava così: il grande filosofo tedesco elevava un inno all'egoismo sostenendo che questo moto dell'animo è una vera e propria sorgente di creatività, allegria e sensibilità. Egli metteva in evidenza come sia difficile esprimere la propria natura in un mondo che per secoli l'ha condannata e repressa: «Per millenni l'egoismo è stato considerato il vero male della vita e ciò instupidì, imbruttì e avvelenò l'egoismo e gli sottrasse molto spirito, sensibilità, inventiva e bellezza». Certo, è giusto distinguere l'egoismo sano dal narcisismo, che ne è l'estremizzazione gretta: ma resta forte l'impressione che per conquistare l' autostima vada ammainata la bandiera di un'altruismo insincero che troppo spesso dà vita a comportamenti venati d'ipocrisia.  
Come un po' di  sano egoismo fa bene all'autostima
- Fa maturare il cervello
Autonomia, spirito critico, libertà intellettuale, contatto con se stessi, sono nutrimento vitale del cervello. Gli consentono di espandersi e sviluppare le sue potenzialità. Ecco perchè un egoismo sano fa acquisire autostima.
- È una spinta naturale
È tipico dei bambini e degli animali; come tutte le spinte istintive e biologiche ci porta all'autoaffermazione (e quindi all'autostima). È sbagliato considerarlo come un difetto; riflettiamo piuttosto su quanto possa essere dannoso e innaturale reprimerlo.
- Crea relazioni più sincere
La relazione adulta più matura è quella che si crea tra persone che sanno prendersi cura di se stesse e hanno chiare le proprie esigenze e i propri desideri. Un sano egoismo in realtà getta le basi per una relazione sana fondata su uno scambio chiaro e sincero.
- Rende unici e creativi
Porre se stessi al centro della propria vita garantisce un maggior contatto con la propria natura, un senso più forte di identità e uno  stile di vita  creativo. Contrasta la spinta a imitare i modelli  convenzionali, aiuta a non cedere alle aspettative altrui.
- Stimola l'autonomia
L'egoismo "buono" stimola ad assumersi la responsabilità della propria vita, e a non dipendere dagli altri. Nella sua essenza altro non è che la capacità di prendersi cura di sé, senza delegare ad altri scelte e soddisfazioni dei propri bisogni.

Perché trema l’occhio?

tremore occhio cause
Di Maris Matteucci
La contrazione muscolare delle palpebre che determina questo disturbo può avvenire per molti fattori: stress e eccessiva tensione sono alcune delle varianti coinvolte in questo processo. L’ansia generata da periodi fortemente stressanti è causa del tremore dell’occhio che, sotto pressione, reagisce in questo modo. Ridurre lo stress potrebbe essere una ottima soluzione per risolvere il disturbo. Ma tra i motivi che portano l’occhio a tremare ci potrebbe essere anche un affaticamento della vista, dovuto per esempio a un calo dei decimi. Si comincia a vedere con più difficoltà, l’occhio è sottoposto a uno sforzo maggiore e comincia a tremare. In casi come questo solamente una visita oculistica potrebbe essere in grado di fare luce sulla situazione per correre ai ripari seguendo la strada giusta.
Anche un uso eccessivo di caffeina e alcol può contribuire a scatenare le contrazioni palpebrali tipiche di quando sentiamo l’occhio che trema. Si tratta di sostanze eccitanti che aumentano le contrazioni dei muscoli dell’occhio provocando questo disturbo. In questo caso, ridurre il consumo di tè, caffè e bevande alcoliche potrebbe essere di per sé già un importante primo passo da fare per la risoluzione del problema. Infine, l’occhio potrebbe tremare anche per una eccessiva secchezza (anche in questo caso è fondamentale una visita oculistica), per una allergia o per una alimentazione poco equilibrata nella quale si registrano specifiche carenze (magnesio e potassio in primo luogo). Perché l’occhio trema? Le cause possono essere da ritrovare in questo lungo elenco.
Foto | Thinkstock

IL BAMBINO INTERIORE



Di Vincenzo Bilotta
L’infanzia è il momento più importante della Vita di ogni essere umano. In essa, infatti, si fanno le prime esperienze, apprendendo al contempo degli schemi comportamentali che serviranno per il resto della nostra Vita. Ecco perché sono fondamentali per il bambino il gioco e la creatività, senza reprimerlo ma lasciandogli anzi lo spazio per potersi esprimere liberamente.
Man mano che si andrà crescendo, si passerà attraverso le diverse fasi della Vita che porteranno poi ad essere delle persone adulte. Qui sta la fregatura. Infatti, una volta divenuto adulto, ognuno di noi tende a prendere la Vita in maniera fin troppo seria, perdendo quella giocosità che gli consentirebbe, invece, se mantenuta nel corso della crescita, di vivere in maniera meno rigida i vari accadimenti quotidiani.
Nonostante ciò, nel nostro Io più profondo, c’è sempre un bambino interiore che aspetta solo di giocare con la Vita assieme a noi. Questo bambino è represso da una società troppo impegnata ad autodistruggersi attraverso la sua corsa sfrenata verso il progresso. Pur essendo represso, questo bambino vive dentro di noi e può essere sentito quando noi giochiamo con la Vita e smettiamo di prenderci troppo sul serio.
...
Ma come si fa a comunicare col proprio bambino interiore? Semplicemente tornando a giocare con la Vita e gli accadimenti quotidiani. Se ci riflettete, ciò non è poi così difficile. Infatti, basta entrare nella dimensione di gioco con tutto ciò che si fa. Alla fine abbiamo imparato ad essere adulti fin da bambini attraverso i giochi nei quali interpretavamo i vari ruoli, sia sociali che professionali, che avremmo voluto rivestire da adulti.
Adesso, per tornare a comunicare col nostro bambino interiore, occorrerà innanzitutto togliere quella dimensione di serietà che ci ha fatto diventare degli adulti ammuffiti, per lasciare spazio al lato allegro e giocoso della nostra parte vera ma, fino ad oggi, repressa. Così facendo, porteremo una ventata di freschezza e spensieratezza nelle nostre Vite e in quelle delle persone che ci circondano quotidianamente.
Questo riconnettersi col proprio bambino interiore avrà, sicuramente, degli effetti positivi nella nostra Vita, in quanto ci permetterà di tirare fuori quella creatività che avevamo da bambini e che abbiamo quasi dimenticato una volta diventati adulti perché troppo presi dalla nostra routine quotidiana. Ciò potrà permetterci di rendere meglio in ciò che facciamo ma, soprattutto, ci farà capire se la situazione che stiamo vivendo ci renda o meno felici.

giovedì 11 giugno 2015

Bullismo: l’errore è pensare di meritarlo


Di Salome Sodini e Silvia Carrus

In Toscana abbiamo una parola bellissima per descrivere chi viene infastidito dalle minime cose, prova piacere nel potersi lamentare di tutto e preferibilmente gira anche con le lacrime in tasca: fioso. In virtù dell’essere io una bambina estremamente fiosa e viziata, secondo la maggior parte delle maestre che ho avuto, ero altresì convinta di meritarmi tutti i dispetti che mi facevano tutti i miei compagni di classe. Ne facevo anch’io, talvolta, perché in fin dei conti ero pur sempre una bambina di sette anni, ma sopportavo, senza che mi passasse per l’anticamera del cervello la possibilità di potermi difendere o reagire in qualche modo.

Non era questione di non saperlo fare, era proprio che non mi veniva in mente questa possibilità: confusamente capivo che ero fiosa e viziata, essere fiosi e viziati è male, essere presi in giro perché si è fiosi e viziati è una conseguenza naturale. In quanto bambina fiosa e viziata sentivo di avere però il diritto di piangere e lamentarmi della mia triste sorte con chiunque mi capitasse a tiro, dopotutto era quello che gli altri – le maestre, i miei amichetti, perfino i miei genitori – si aspettavano che facessi, alimentando un circolo vizioso che potenzialmente poteva durare per sempre.

A onor del vero, non ci sono mai state tragedie: la cosa più brutta che mi è capitata è stata quando un bambino, in quinta elementare, mi ha sputato nei capelli; la cosa più stupida che sono stata costretta a fare è stata saltare dal tetto di un capanno degli attrezzi alta un paio di metri, ai tempi delle scuole medie.

Se però dico che sono stata vittima di bullismo la gente si aspetta le tragedie che salgono agli onori della cronaca ogni tre per due, dalle baby-gang che picchiano un compagno per rubargli i soldi, alla ragazzina ripresa col cellulare e svergognata pubblicamente per ogni dove, passando per chi viene picchiato in quanto colpevole di parlare con accento straniero, di provare interesse per il genere sbagliato, o semplicemente di indossare vestiti non appropriati.

Forse anche in virtù dell’essere stata una bambina fiosa e viziata, forse perché da grande vorrei lavorare nell’ambito dell’educazione, leggo sempre con grande interesse e tanto dispiacere le notizie di questo tipo, chiedendomi ogni volta perché è successo, si poteva evitare, come mai non se ne è accorto qualcuno prima. Da quando ho iniziato a fare ripetizioni e a vedere quindi cosa succede a scuola da un altro punto di vista ho scoperto di essere piuttosto brava a riconoscere eventuali segnali preoccupanti, ma alla fine dell’ora mi assale comunque un senso di impotenza terribile: so cosa succede, più o meno, ma non posso fare niente per impedire che accada. Qual è il limite per intervenire se nessuno ti chiede direttamente aiuto?
Gli psicologi definiscono il bullismo come un tipo di condotta aggressiva, basato su uno squilibrio di potere tra vittima e prepotente; convenzionalmente, si parla di bullismo quando l’atto è intenzionale e ripetuto nel tempo. Generalmente, si tende a distinguere il bullismo diretto(fisico o verbale che sia) da quello indiretto (il gruppo manipola le strutture sociali per escludere la vittima, a dare fastidio è più il non fatto che il fatto). È interessante notare che alle femmine viene attribuito quasi sempre il bullismo indiretto: quando ce ne parlavamo a scuola, veniva quasi sempre fuori che eravamo più subdole e cattive, e incapaci di dirci le cose in faccia come facevano i maschi, che si tirano due pugni e poi amici come prima. Stereotipi di genere come se piovesse, insomma.
Per quella che è stata la mia esperienza durante le scuole elementari e medie, credo che il più grosso errore sia soltanto concentrarsi sul bambino che subisce bullismo. Quando andavo alle scuole medie ogni anno abbiamo avuto un progetto diverso sul bullismo, ogni anno ne abbiamo parlato e sviscerato le cause e ci siamo chiesti se qualcuno di noi aveva subito niente di tutto questo, o se riconosceva comportamenti aggressivi negli altri: la risposta è sempre stata no.
Tacevo io, anche se Tizio e Caio mi davano noia, taceva Sempronio, che era considerato stupido ritardato e veniva aggredito regolarmente da tutti quanti noi, tacevano gli altri. Questa cosa non mi riguarda, chiedere aiuto è vergogna, chi fa la spia non è figlio di Maria! Al momento delle domande io disegnavo con il lapis sul banco e aspettavo la fine dell’ora.
La mia amica Soraya dice che io mi preoccupo troppo, quando le racconto di uno dei bambini che aiuto a fare i compiti e che ho il sospetto venga perseguitato a scuola: libri strappati e pieni di parolacce scritti in una scrittura non sua, che mi strappa di mano non appena vede che cerco di leggere cosa gli hanno scritto. Soraya dice che impicciarsi nelle cose dei ragazzini è sbagliato, che sono come i gattini che imparano a cacciare facendo la lotta e in fin dei conti alla vittima va bene così, altrimenti si ribellerebbe.
Delle sue affermazioni, condivido forse in parte soltanto l’ultima, perché ricordo che sì, io pensavo di meritarmi tutto ciò e anche di peggio, però mi chiedevo anche perché l’unica a essere chiamata in casa dai genitori – quando mio padre vedeva che i bambini in piazza esageravano – ero io, che in fin dei conti non avevo fatto nulla di male. Se c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel bambino che non si difende, perché non vuole e/o non ci riesce, altrettanto c’è nel bambino che per affermare se stesso ha bisogno di fare del male agli altri.
Mi piacerebbe raccontarvi di come io sono riuscita a spezzare il cerchio e a uscire dalle dinamiche del bullismo, ma la verità è che non lo so. Credo che a un certo punto si diventa grandi, nella migliore delle ipotesi ci si circonda di persone diverse, persone che ci piacciono e che ci apprezzano per quello che siamo, nella peggiore le dinamiche del bullismo si trasformano in qualcos’altro – mobbing o nepotismo, per esempio.
Sicuramente, restano le cicatrici; se da una parte quello che non uccide rende più forti, dall’altra io mi guardo indietro e mi chiedo se questa sofferenza, anche quando non finisce in tragedia, sia davvero motivata. Ognuno deve salvarsi da solo, ma lasciare un ragazzino in balia del gruppo (vittima o carnefice che sia) non è una cosa sensata; forse sono un’ingenua senza speranza, ma credo che presi singolarmente anche i bulli non siano cattivi.
I bulli sbagliano soltanto il modo di relazionarsi con gli altri, proprio come le loro vittime, ripetendo spesso a pappagallo comportamenti sbagliati del mondo degli adulti. Per questo dico che i progetti di bullismo fatti a scuola molto spesso sono inutili: nella mia esperienza parlare al gruppo, che è forte e compatto e non ha coscienza, non serve. È alla persona singola, per quanto possa essere piccola e superficiale, che devi rivolgerti.
Il mio punto di non ritorno è stato il capanno degli attrezzi. Era l’estate della quinta elementare e ricordo come costante di quel periodo il fatto che giocassimo sempre a Obbligo e Verità. Mi ero ritrovata ad essere l’unica femmina in un gruppo di maschi, e forse anche per questo (oltre ad essere viziata e fiosa, come sopra) venivo presa costantemente di mira. Quell’anno erano tutti convinti che avessi una cotta per Z., il bambino con cui giocavo più spesso, e ricordo che si inventavano per me gli Obblighi più pesanti che riuscivano a trovare soltanto per farmi cedere, scegliere Verità e obbligarmi a dichiarare davanti a loro il mio amore incondizionato per Z.
Tralasciando che non mi ero mai posta il problema di avere o meno una cotta per Z., qualcosa mi diceva che sarei stata costretta ad ammetterla lo stesso, Z. avrebbe quindi ribattuto dicendo che gli facevo schifo (che lo pensasse davvero o meno) e non sarei più potuta andare a casa sua a giocare a Tomb Raider: davanti a un simile panorama, accettavo di buon grado di essere piuttosto obbligata a mangiare le foglie della siepe, a urlare dal balcone e a camminare in equilibrio sui muretti.
Il giorno del punto di non ritorno, però, evidentemente il resto del gruppo cercò di farmi cedere alla Verità, facendo proporre a Y un obbligo discretamente folle: saltare dal tetto del capanno degli attrezzi. Per quanto a dieci anni non avessi particolarmente senso del pericolo, lo capivo pure da sola che saltare da un paio di metri non era la migliore idea di sempre e lì esitai. Se non salti non hai fatto l’Obbligo e devi fare Verità, io non volevo assolutamente fare Verità, quindi ritenni meno tragico chiudere gli occhi, lasciarmi cadere di sotto e finire sull’erba.
Mi rialzai subito in piedi, come se non credessi nemmeno io di non avere nulla di rotto: tremavo. Senza dire una parola, me ne andai via, pensando confusamente di aver vinto in qualche modo e non tornai mai più a giocare a Obbligo e Verità. Credo di aver iniziato a capire in quel momento che, pur essendo una bambina fiosa e viziata, comunque non meritavo ciò e non ero obbligata a subirlo. E la consapevolezza è sempre il primo passo.

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