sabato 30 gennaio 2016

L'Effetto Lucifero: le teorie di Philip Zimbardo, l'esperimento di Standford e Abu Ghraib



Nell'agosto 1971 lo psicologo sociale Philip Zimbardo condusse un esperimento presso la Stanford University, il cui esito ancora oggi lascia atterriti per via di ciò che rivelò sul lato oscuro della natura umana. Nel libro L'Effetto Lucifero: Quando i Buoni Diventano Cattivi (edizioni Random House), Zimbardo rievoca nel dettaglio i giorni dello Stanford Prison Experiment.

La storia narra di come un allegro gruppetto di ragazzi della classe media si sia trasformata in una banda di sadici aguzzini nel corso di un esperimento psico-sociologico. La mutazione fu talmente radicale che l'esperimento dovette essere interrotto prematuramente a causa della pericolosa deriva in cui stava rapidamente scivolando. 

Gli Orrori di Abu Ghraib.
Nel 2004 Zimbardo prestò servizio come perito della difesa in un'udienza del processo contro i carcerieri del centro di detenzione iracheno di Abu Ghraib. Tutti noi nel maggio 2004 abbiamo visto le foto di giovani militari americani che esercitavano forme inimmaginabili di tortura sui civili che avrebbero dovuto sorvegliare. Gli abusi furono documentati da molte foto scattate dai militari stessi nel corso delle torture. Le immagini mostrano punzonature, schiaffi e calci ai detenuti; scene in cui sono calpestati e tenuti nudi e incappucciati, in cui i maschi sono obbligati a simulare atti erotici o trascinati con un guinzaglio attaccato al collo, oppure terrorizzati dal contatto con cani da attacco privi di museruola.

Nel suo libro il dott. Zimbardo fornisce una dettagliata analisi degli sconcertanti eventi di Abu Ghraib ricavata dagli elementi risultanti dai rapporti investigativi, da una serie di interviste raccolte personalmente, e da centinaia di foto mai pubblicate.

Ecco come Zimbardo ha parlato durante l'udienza.
"Gli eventi di Abu Ghraib mi hanno scioccato, ma non mi hanno sorpreso. I media e la gente di ogni parte del mondo si sono chiesti come sia potuto accadere che un gruppo di soldati selezionati, di entrambe i sessi, avessero potuto compiere azioni di siffatta malvagità. I vertici militari si sono affrettati a bollarli come 'canaglie' e 'mele marce.' Da parte mia invece mi sono subito chiesto che tipo di situazioni in quel blocco avessero condotto quei soldati a compiere azioni così degeneri.
La ragione per cui le immagini e le storie degli abusi di Abu Ghraib non mi hanno sorpreso, è che 30 anni fa assistei a scene molto simili nel corso di un esperimento che condussi personalmente presso la Stanford University: prigionieri denudati, incatenati, incappucciati, calpestati, umiliati e ridotti in uno stato di stress estremo. Alcune immagini del mio esperimento sono praticamente intercambiabili con le foto della prigione irachena."
L'Effetto Lucifero.
Il titolo del libro: L'Effetto Lucifero, si riferisce al processo di trasformazione dal bene al male che il mito attribuisce all'angelo più luminoso e prediletto da Dio. L'analogia fornisce lo spunto per dibattere delle trasformazioni umane dal bene al male. L'argomento intorno a cui ruota l'intero testo di Zimbardo è che il comportamento umano non sia solo il frutto della natura dell'individuo, ma anche dell'influenza di una serie di 'fattori situazionali e sistemici' che modellano il modo di agire individuale, a volte in manieradrasticaIl sociologo invita a prenderli seriamente in considerazione affinché gli individui appartenenti a qualsiasi gruppo, o detentori di qualsiasi tipo di potere, che vivano in una cultura imperfetta come la nostra, possano prendere le dovute precauzioni contro tali invisibili, ma spesso nefaste influenze 'oggettive.' Il libro è una sorta di accorata esortazione a tenere sotto stretto controllo oltre che se stessi e le proprie pulsioni, anche le leadership di ogni organizzazione, dagli stati, alle multinazionali, alle lobby politiche e religiose.

Le tre sfere di influenza considerate da Zimbardo sono: personasituazione, e sistema.

Persona.
L'individuo agisce in funzione delle personali ambizioni e motivazioni, spesso dettate dalla cultura e dalla casualità. Quanto più immorale è la cultura in cui la persona si trovi ad agire, maggiori sono le possibilità che in presenza di talune circostanze situazionali e sistemiche essa agisca immoralmente. Una delle situazioni più comuni capaci di innescare l'Effetto Lucifero èl'esercizio del potere. Il potere per affermare se stesso deve sottomettere, con le buone o con le cattive. Scegliere la strada del potere significa scegliere di agire in accordo a una serie di imperativi e logiche auto-conservative che spesso comportano ilsacrificio della persona sull'altare del ruolo, determinando la scissione tra coscienza e individuo.

Situazione.
Tali imperativi e logiche sono definiti da Zimbardo: situazioni. Le situazioni non influenzano solo il potere. Un cittadino oppresso da una situazione economica precaria si comporta in modo diverso da un cittadino benestante. Un cittadino socialmente integrato agisce in modo diverso da un cittadino emarginato. Un cittadino felice è diverso da un cittadino disperato. Un cittadino che goda della facoltà di esercitare una forma di potere sul proprio prossimo agisce in modo diverso da uno costretto a subire il potere altrui.
Secondo Zimbardo le forze situazionali governerebbero ogni apparato egregorico in cui si riduca la responsabilità del singolo.Quando le persone si sentono al servizio di qualcosa di 'più grande' che le include, sono indotte facilmente ad assumere comportamenti antisociali.
I soggetti che si sentono appartenenti ad un gruppo di potere - ad esempio un contingente militare o di poliziauna multinazionale,un'ideologiauna lobby - secondo Zimbardo vivono in un eterno presente in cui passato e futuro sono percepiti come elementi remoti e irrilevanti. Le emozioni dominano la ragione, e le azioni la riflessione.

Sistema.
Ogni fattore situazionale è prodotto dal sistema in cui prende forma. Per poter funzionare, un sistema basato sul debito deveprodurre cittadini e nazioni indebitati; è fisiologico. Un sistema basato sul liberismo darwinista, sul centralismo, il verticismo e la disparità non può che generare situazioni di frizione ed emarginazione. L'apparato di potere avendo accesso al quadro di comando del sistema, se non adeguatamente sorvegliato tenderà a modellarne la struttura in funzione della propria auto-tutela e contro l'interesse generale. La principale forma di auto-tutela del potere consiste nella creazione di strumenti tramite cui consolidare e accrescere la distanza tra il potere e il non potere. Un sistema in cui la sopravvivenza della persona umana non fosse subordinata al possesso di denaro - ad esempio - priverebbe il potere di un formidabile strumento di controllo, repressione e manipolazione; un sistema basato sul diritto naturale piuttosto che sul diritto positivo, sull'esperienza piuttosto che la cultura, la reputazionepiuttosto che la propaganda, lo spirito piuttosto che la materia, complicherebbe in misura notevole il compito autoconservativo del potere. In altre parole, il potere è tale in virtù degli strumenti che gli sono forniti dal sistema in cui è esercitato.

Lo Stanford Prison Experiment.
Quando era ancora uno studente di psicologia sociale Zimbardo fu colpito dalle idee dello studioso francese Gustave Le Bon; in particolare quella della de-individualizzazione per cui i soggetti appartenenti a un gruppo coeso tendano facilmente a smarrire l'identità personale, la coscienza, la responsabilità, e a sviluppare di conseguenza impulsi antisociali. Nell'estate del 1971 Zimbardo decise di dimostrare la teoria attraverso un esperimento che condusse nel seminterrato dell'Istituto di psicologia dell'Università di Stanford, Palo Alto, dove fu riprodotto fin nei minimi dettagli un ambiente carcerario.

Fra i 75 studenti universitari che risposero all'annuncio gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi e meno soggetti a comportamenti devianti; i soggetti selezionati furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.

I prigionieri indossarono delle divise su cui erano stati applicati dei numeri identificativi, dei berretti di plastica, e fu loro posta una catena alla caviglia. Dopodiché fu loro comunicato un insieme di rigide regole a cui erano tenuti ad attenersi. Le guardie indossarono uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi; erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l'ordine e fare rispettare il regolamento.

Tale abbigliamento pose entrambi i gruppi in una condizione di de-individualizzazione.

I risultati andarono drammaticamente oltre le previsioni formulate dagli sperimentatori. Dopo appena due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono nelle celle inveendo contro le guardie; queste ultime iniziarono a intimidirli, umiliarli e sabotare il loro legame di solidarietà. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, defecare in secchi senza poterli vuotare, pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore (Zimbardo) riuscirono a sedare un tentativo di evasione di massa. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento si era fatto docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da disturbi emotivi, mentre le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A quel punto l'esperimento fu interrotto suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati e dall'altro un certo disappunto da parte delle guardie, già del tutto assuefatte all'ebbrezza del potere.

L'Esperimento Carcerario di Stanford dimostrò come la sussistenza di talune condizioni esterne alla natura dell'individuo possa indurre potenzialmente chiunque a commettere atti atroci. Secondo Zimbaldo basta la 'giusta' combinazione di motivazioni personali, situazioni esterne e disponibilità di strumenti sistemici, per far si che una qualsiasi persona equilibrata si lasci sopraffare dalle pressioni situazionali sviluppando comportamenti antisociali.

Fonti

Psicologia del bene e del male: chi sono i buoni e chi i cattivi?


Di Rosalba Miceli

http://www.lastampa.it/

Uno dei temi su cui si arrovellava lo psicoanalista tedesco di origine ebraica Erich Fromm, sollevato drammaticamente da quanto era avvenuto nei campi di concentramento nazisti, è come individui apparentemente normali, messi in condizioni idonee, possono diventare dei perversi, dei sadici, degli aguzzini.

Altri, invece, sostiene Fromm, posti nelle medesime condizioni, non diventeranno mai dei perversi, non faranno mai del male (Fromm, L’amore per la vita). Cosa differenzia questi soggetti dai primi? E quali condizioni favoriscono l’espressione di una aggressività e distruttività latente? La psicoanalisi attuale, orientata in senso relazionale, e la psicologia sociale, stanno ancora cercando delle risposte.

Gli studi attuali prendono in esame anche un altro tipo di violenze, che si consumano negli ambienti tipici della vita quotidiana: individui dall’aria insospettabile, bravi padri e madri di famiglia, piacevoli compagni che tengono conto dell’opinione dei vicini, possono reprimere una pulsione che non sarebbe socialmente accettata, talvolta si abbandonano a vere e proprie torture psicologiche nei confronti di colleghi di lavoro più vulnerabili, o viceversa, individui rispettabili sul posto di lavoro vivono situazioni familiari cariche di violenza, di odio, di vendetta. O ancora, cittadini impeccabili, benevoli con i bambini e gli animali, sono tuttavia in grado di manifestare aperta ostilità ed aggressività nei confronti dello straniero.

Si tratta di un deficit di empatia o la forza di certe situazioni è tale da condizionare i comportamenti dell’individuo? Per spiegare questi casi, e anche la “banalità del male” emersa dai racconti degli imputati al processo di Norimberga, l’orrore dei campi di concentramento a cui lui stesso è sfuggito fortunosamente da bambino, ma che hanno ingoiato la sua famiglia, lo psicoanalista francese Boris Cyrulnik parla di perversione “congiunturale”, diversa dalla perversione “strutturale” in quanto non sembra, almeno apparentemente, connessa ad un particolare percorso evolutivo: il perverso congiunturale manifesta una “serena” disposizione a fare del male solo quando ne ha l’occasione.

Si può intervenire, modificandola, su una situazione che esercita un effetto di pervertimento? Cyrulnik propone di agire sui discorsi culturali che permeano l’ambiente “malato”, incrementando la partecipazione attiva dei soggetti alla cultura, ai dibattiti, alle decisioni politiche. “Si vede, allora, che molti individui si meravigliano dei propri comportamenti precedenti o di ciò in cui hanno creduto” (Boris Cyrulnik, Autobiografia di uno spaventapasseri, Raffaello Cortina Editore). Al contrario, il perverso “strutturale”, con chiare carenze nello sviluppo emotivo, risponderà soltanto in modo perverso, qualunque sia l’ambiente relazionale o la situazione.

Più drastica la posizione espressa da Phil Zimbardo, una delle figure più autorevoli della psicologia sociale contemporanea, già presidente dell’American Psychological Association, attualmente professore emerito alla Stanford University, e riproposta recentemente da Piero Bocchiaro, psicologo sociale formatosi alla Stanford University, autore del saggio “Psicologia del male” (Editori Laterza): chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano. “Compiere il male - sottolinea Zimbardo nella prefazione al saggio di Bocchiaro - vuol dire attuare in maniera intenzionale un comportamento che danneggi, oltraggi, umili, deumanizzi o distrugga una o più persone innocenti, mentre restano escluse da questa definizione le condotte che procurano sofferenza o morte in maniera accidentale. L’ipotesi di Zimbardo che annulla o quantomeno riduce lo scarto tra i buoni ed i cattivi, tra il bene ed il male, è stata testata in un famoso esperimento: nell’estate del 1971 Zimbardo, allora professore di psicologia alla Stanford University, realizzò l’Esperimento carcerario di Stanford, rivelando come un contesto carcerario possa innescare comportamenti riprovevoli nei soggetti coinvolti.

Zimbardo si prefiggeva di indagare il comportamento umano in un ambiente sociale in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto. Fra 75 studenti universitari che risposero a un annuncio, furono scelti 24 maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati e meno inclini a manifestare comportamenti devianti; i giovani furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.

I prigionieri portavano ampie divise sulle quali era applicato un numero, mentre le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole che impedivano ai prigionieri di coglierne lo sguardo. I risultati di questo esperimento sono andati oltre le previsioni degli sperimentatori, rivelandosi particolarmente drammatici: i volontari che assumevano il ruolo di prigionieri tendevano ad identificarsi automaticamente nel gruppo dei prigionieri, in contrapposizione al gruppo delle guardie, mettendo in secondo piano o escludendo del tutto altri tipi di somiglianze e differenze.

Dopo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e barricandosi all’interno delle celle, presero a inveire contro le guardie; queste ultime risposero alle ingiurie cercando di intimidirli e umiliarli in vario modo; al quinto giorno i prigionieri mostravano segni evidenti di disagio emotivo e passività mentre il comportamento delle guardie scivolava pericolosamente verso il sadismo. A questo punto i ricercatori interruppero l'esperimento.

Assumere un ruolo di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, induce ad accettare le regole dell'istituzione come unico valore, indebolisce il senso di responsabilità personale riguardo alle conseguenze delle proprie azioni, alimentando l’espressione di impulsi antisociali. Zimbardo utilizza l’Esperimento carcerario di Stanford come modello per comprendere le dinamiche che possono verificarsi in altre situazioni - anche un innocuo ambiente lavorativo come un ufficio può trasformarsi in una prigione opprimente, con vittime designate da una parte e kapò dall’altra - e suggerisce la necessità di un cambiamento di paradigma dal modello medico prevalente focalizzato sull’individuo che compie il male verso una maggiore attenzione alle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male.

L'importanza degli studi di Zimbardo è stata riproposta dalle tristi vicende del carcere di Abu Graib. Era l’aprile del 2004 quando i media di tutto il mondo diffusero le immagini della galleria di orrori di cui si erano resi responsabili i soldati americani nei confronti dei prigionieri iracheni che vi erano detenuti. Nel 2004, Zimbardo ha testimoniato presso la corte marziale in difesa del sergente Ivan “Chip” Frederick, una guardia della prigione di Abu Graib, sostenendo che la pena relativa a Frederick doveva essere valutata tenendo conto delle pressioni ambientali subite dal militare, con le aggravanti di un addestramento e di una supervisione molto limitati (a Frederick è stata inflitta una pena di 8 anni).

Tra le variabili situazionali che innescano un processo di “deindividuazione”, l’effetto “folla” è tra i più sconvolgenti: una folla inferocita o in preda al panico può divenire incontrollabile, scavalcando argini, pressando, calpestando qualunque cosa, qualunque persona si trovi sul suo cammino. “La massa psicologica è una creatura provvisoria, composta di elementi eterogenei saldati insieme per un istante, esattamente come le cellule di un corpo vivente formano, riunendosi, un essere nuovo con caratteristiche ben diverse da quelle che ciascuna di queste cellule possiede”, scriveva lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon nel saggio del 1895 “Psicologia delle folle”. Gli esempi non mancano: dalla tragedia dell’Heysel, il massacro perpetrato dagli hooligan alla finale della Coppa dei Campioni dell’85, alla tragedia più recente, avvenuta il 24 luglio scorso al festival techno di Duisburg dove la micidiale ressa dei partecipanti divenuti una massa fisica (e forse anche psicologica), ha provocato una ventina di morti e centinaia di feriti.

Ammesso che il male agisca fuori e dentro di noi, cosa sappiamo del bene? Alla banalità del male, Zimbardo oppone la ordinarietà del bene. Gli eroi sono in genere eroi della vita quotidiana, i quali in particolari situazioni si coinvolgono in azioni straordinarie. Osserva Zimbardo, si tratta di individui ancora poco noti alla psicologia, che preferisce indagare menti criminali, intriganti maggiormente l’immaginario comune: è indubbiamente più facile identificarsi con l’aggressore, con colui che esercita un potere sull’altro, mentre colui che fa del bene ispira anche una certa diffidenza, come se l’attenzione per l’altro fosse già di per sé sospettabile.

Ma siamo tutti eroi pronti a fare del bene quando se presenta l’occasione? O essere dalla parte del prossimo richiede particolari competenze emozionali, un training emotivo che porta a riconoscere una comune vulnerabilità, una “conversione al bene”, la scelta consapevole tra diverse e a volte contrastanti opzioni?


FONTE:http://www.lastampa.it/2010/07/28/scienza/galassiamente/psicologia-del-bene-e-del-male-chi-sono-i-buoni-e-chi-i-cattivi-1yadHOGrG5aQgElww4UDOP/pagina.html

VISTO ANCHE SU http://www.psicologoamico.it/esteso.asp?esteso=1611

5 IDEE PER AIUTARE IL DIALOGO TRA GENITORI E FIGLI




FONTE:https://www.facebook.com/Comunicareinfamiglia/photos/a.114072672049220.16038.113408708782283/797584633698017/?type=1&theater

1 LA SCELTA DEI TEMPI. Scegliamo il momento. Ci accorgiamo quando un ragazzo ha voglia di parlare e quando no. In macchina, o tardi la sera, sono spesso momenti giusti per parlare. Lasciamoci guidare da lui. Rinunciamo se non va e siamo pazienti. 

2 UNO SPUNTO DI CONVERSAZIONE. Possiamo prendere spunto da una notizia del telegiornale, da quello che accade in una fiction televisiva, da un programma tv. Parlare di fatti e persone estranei può essere più facile che parlare di cose personali.

3 APRIAMOCI PER PRIMI. Cominciamo a parlare di noi stessi, parliamo di qualcosa che ci è capitato. Così alimentiamo un clima di fiducia che facilita la confidenza. Evitiamo invece domande dirette, con le quali cerchiamo di condurre il discorso dove vogliamo noi.

4 ATTIVITA’ INSIEME. Fare qualcosa insieme facilita la conversazione. Preparare una merenda, un aperitivo, riparare un oggetto del figlio assieme a lui.

5 ASCOLTO. La comunicazione funziona a due vie. Parlare e ascoltare vanno di pari passo. Più dimostriamo che vogliamo ascoltare, più l’altro parlerà.

Elaborato dal testo di John Coleman, Perché non mi parli?, Raffaello Cortina Editore, pp 3, 10 e 11 - Foto: Eddy Berthier, Creative Commons, dominio pubblico.



L'egoismo positivo che fa bene all'autostima

Senza egoismo niente autostima
Sia in tenera età che da vecchi siamo più egoisti che mai: si tratta di momenti della vita in cui l'educazione e l'autocontrollo non sono ancora ben strutturati oppure tendono a tramontare, lasciando spazio a un modo di essere spontaneo e istintivo. La morale comune e i pregiudizi consueti direbbero che stiamo parlando di un difetto da correggere;  al contrario, prendersi cura di sé, ascoltare in primo luogo le indicazioni che sgorgano dal proprio animo, allontanarsi dal modo comune di pensare è l'unica via per diventare consapevoli e accrescere l' autostima.
Non nascondiamo l'egoismo sotto una maschera
Troppe volte però il timore di essere tacciati di egoismo ci impedisce di manifestare la nostra autenticità, in troppe occasioni indossiamo la maschera dell'altruismo, mostrandoci bravi, buoni, per nascondere ciò che siamo. Ciò condiziona il processo evolutivo della nostra personalità, impedisce di trovare il nostro percorso, e alla lunga mina proprio la nostra autostima. Scriveva Carl Gustav Jung che «ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irreversibile, che opera in modo silenzioso ma spietato».
Senza egoismo più ipocrisia e meno autostima
Anche Friederich Nietzsche la pensava così: il grande filosofo tedesco elevava un inno all'egoismo sostenendo che questo moto dell'animo è una vera e propria sorgente di creatività, allegria e sensibilità. Egli metteva in evidenza come sia difficile esprimere la propria natura in un mondo che per secoli l'ha condannata e repressa: «Per millenni l'egoismo è stato considerato il vero male della vita e ciò instupidì, imbruttì e avvelenò l'egoismo e gli sottrasse molto spirito, sensibilità, inventiva e bellezza». Certo, è giusto distinguere l'egoismo sano dal narcisismo, che ne è l'estremizzazione gretta: ma resta forte l'impressione che per conquistare l' autostima vada ammainata la bandiera di un'altruismo insincero che troppo spesso dà vita a comportamenti venati d'ipocrisia.  
Come un po' di  sano egoismo fa bene all'autostima
- Fa maturare il cervello
Autonomia, spirito critico, libertà intellettuale, contatto con se stessi, sono nutrimento vitale del cervello. Gli consentono di espandersi e sviluppare le sue potenzialità. Ecco perchè un egoismo sano fa acquisire autostima.
- È una spinta naturale
È tipico dei bambini e degli animali; come tutte le spinte istintive e biologiche ci porta all'autoaffermazione (e quindi all'autostima). È sbagliato considerarlo come un difetto; riflettiamo piuttosto su quanto possa essere dannoso e innaturale reprimerlo.
- Crea relazioni più sincere
La relazione adulta più matura è quella che si crea tra persone che sanno prendersi cura di se stesse e hanno chiare le proprie esigenze e i propri desideri. Un sano egoismo in realtà getta le basi per una relazione sana fondata su uno scambio chiaro e sincero.
- Rende unici e creativi
Porre se stessi al centro della propria vita garantisce un maggior contatto con la propria natura, un senso più forte di identità e uno  stile di vita  creativo. Contrasta la spinta a imitare i modelli  convenzionali, aiuta a non cedere alle aspettative altrui.
- Stimola l'autonomia
L'egoismo "buono" stimola ad assumersi la responsabilità della propria vita, e a non dipendere dagli altri. Nella sua essenza altro non è che la capacità di prendersi cura di sé, senza delegare ad altri scelte e soddisfazioni dei propri bisogni.

Perché trema l’occhio?

tremore occhio cause
Di Maris Matteucci
La contrazione muscolare delle palpebre che determina questo disturbo può avvenire per molti fattori: stress e eccessiva tensione sono alcune delle varianti coinvolte in questo processo. L’ansia generata da periodi fortemente stressanti è causa del tremore dell’occhio che, sotto pressione, reagisce in questo modo. Ridurre lo stress potrebbe essere una ottima soluzione per risolvere il disturbo. Ma tra i motivi che portano l’occhio a tremare ci potrebbe essere anche un affaticamento della vista, dovuto per esempio a un calo dei decimi. Si comincia a vedere con più difficoltà, l’occhio è sottoposto a uno sforzo maggiore e comincia a tremare. In casi come questo solamente una visita oculistica potrebbe essere in grado di fare luce sulla situazione per correre ai ripari seguendo la strada giusta.
Anche un uso eccessivo di caffeina e alcol può contribuire a scatenare le contrazioni palpebrali tipiche di quando sentiamo l’occhio che trema. Si tratta di sostanze eccitanti che aumentano le contrazioni dei muscoli dell’occhio provocando questo disturbo. In questo caso, ridurre il consumo di tè, caffè e bevande alcoliche potrebbe essere di per sé già un importante primo passo da fare per la risoluzione del problema. Infine, l’occhio potrebbe tremare anche per una eccessiva secchezza (anche in questo caso è fondamentale una visita oculistica), per una allergia o per una alimentazione poco equilibrata nella quale si registrano specifiche carenze (magnesio e potassio in primo luogo). Perché l’occhio trema? Le cause possono essere da ritrovare in questo lungo elenco.
Foto | Thinkstock

IL BAMBINO INTERIORE



Di Vincenzo Bilotta
L’infanzia è il momento più importante della Vita di ogni essere umano. In essa, infatti, si fanno le prime esperienze, apprendendo al contempo degli schemi comportamentali che serviranno per il resto della nostra Vita. Ecco perché sono fondamentali per il bambino il gioco e la creatività, senza reprimerlo ma lasciandogli anzi lo spazio per potersi esprimere liberamente.
Man mano che si andrà crescendo, si passerà attraverso le diverse fasi della Vita che porteranno poi ad essere delle persone adulte. Qui sta la fregatura. Infatti, una volta divenuto adulto, ognuno di noi tende a prendere la Vita in maniera fin troppo seria, perdendo quella giocosità che gli consentirebbe, invece, se mantenuta nel corso della crescita, di vivere in maniera meno rigida i vari accadimenti quotidiani.
Nonostante ciò, nel nostro Io più profondo, c’è sempre un bambino interiore che aspetta solo di giocare con la Vita assieme a noi. Questo bambino è represso da una società troppo impegnata ad autodistruggersi attraverso la sua corsa sfrenata verso il progresso. Pur essendo represso, questo bambino vive dentro di noi e può essere sentito quando noi giochiamo con la Vita e smettiamo di prenderci troppo sul serio.
...
Ma come si fa a comunicare col proprio bambino interiore? Semplicemente tornando a giocare con la Vita e gli accadimenti quotidiani. Se ci riflettete, ciò non è poi così difficile. Infatti, basta entrare nella dimensione di gioco con tutto ciò che si fa. Alla fine abbiamo imparato ad essere adulti fin da bambini attraverso i giochi nei quali interpretavamo i vari ruoli, sia sociali che professionali, che avremmo voluto rivestire da adulti.
Adesso, per tornare a comunicare col nostro bambino interiore, occorrerà innanzitutto togliere quella dimensione di serietà che ci ha fatto diventare degli adulti ammuffiti, per lasciare spazio al lato allegro e giocoso della nostra parte vera ma, fino ad oggi, repressa. Così facendo, porteremo una ventata di freschezza e spensieratezza nelle nostre Vite e in quelle delle persone che ci circondano quotidianamente.
Questo riconnettersi col proprio bambino interiore avrà, sicuramente, degli effetti positivi nella nostra Vita, in quanto ci permetterà di tirare fuori quella creatività che avevamo da bambini e che abbiamo quasi dimenticato una volta diventati adulti perché troppo presi dalla nostra routine quotidiana. Ciò potrà permetterci di rendere meglio in ciò che facciamo ma, soprattutto, ci farà capire se la situazione che stiamo vivendo ci renda o meno felici.

Post in evidenza

100 FRASI PER RICARICARTI

Non aspettare; non sarà mai il tempo opportuno. Inizia ovunque ti trovi, con qualsiasi mezzo tu puoi avere a tua disposizione; mezzi mig...