mercoledì 10 giugno 2015

La calma quale riserva di energia



http://fraternity.it/node/2117

 La calma è l’equilibrio della tensione. L’unione della coscienza soprattutto preserva l’energia. Ecco una norma importante che di solito è negletta. Quando la psicofisiologia sostituirà l’attuale, limitata, fisiologia si capirà di quale valore sia il risparmio dell’energia.

Tratto da "Cuore" Agni yoga

La gioia è una saggezza particolare



http://www.meditare.net/wp/saggezza/la-gioia-e-una-saggezza-particolare-agni-yoga-society/

La gioia e’ la fragranza del Calice, del Loto. Via via che i suoi petali si schiudono, ne emana la gioia che da’ vigore al corpo fisico, magnetismo al corpo sottile e serenita’ al corpo mentale. Il Loto e’ la fonte inesauribile della gioia, la quale aumenta mentre Esso si schiude. La gioia non e’ condizionata dalle circostanze esterne, ma e’ come un faro le cui fondamenta poggiano su rocce eterne. La felicita’ e’ un effetto delle condizioni esterne, e quindi sparisce quando cambiano le circostanze favorevoli, lasciando la tristezza della depressione. La gioia invece non cambia mai, anzi, aumenta, mentre nella nostra vita aumentano i problemi e i conflitti; cresce indipendentemente dalle condizioni. Via via che l’esperienza del pellegrino si arricchisce e si allarga il campo del suo servizio, mentre egli e’ disposto a sempre piu’ grandi sacrifici e conquista nuovo territorio nel campo dell’autorealizzazione, la fragranza del Loto aumenta e si espande in aree sempre piu’ vaste. L’energia piu’ attraente di un servitore e’ la gioia che irradia dai suoi gesti, dalla sua voce e dai suoi occhi. Tutto cio’ che egli tocca si schiude e fiorisce. La gioia non e’ un sentimento ne’ un’emozione, ma e’ uno stato di coscienza distaccato dalla dominazione dei tre mondi inferiori, i cui problemi non possono raggiungerla. La conoscenza, l’amore e l’energia dinamica dei petali sacrificali si espandono e infondono energia di gioia nelle piccole vite dei veicoli inferiori.

“Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo” di Erich Neumann

Cosa accade a Psiche, che spinta dalle forze matriarcali ostili all’uomo si avvicina al letto munita di lampada e coltello per uccidere il presunto mostro, e che adesso riconosce essere Eros? …. Si tratta del risveglio di Psiche in quanto psiche, del fatale momento in cui la donna emerge per la prima volta dalle tenebre del suo inconscio e dalla severità del vincolo matriarcale e, incontrando l’uomo individual- mente, ama, cioè riconosce Eros…
La Psiche che si avvicina al giaciglio di Eros non è più la creatura languidamente irretita e stordita dal piacere che vive nell’oscuro paradiso del sesso e del desiderio; risvegliata dall’irruzione delle sorelle, Psiche diventa consapevole del pericolo in cui si trova, ed è ora con tutto lo spietato spirito del matriarcato che va a uccidere il mostro, l’uomo-belva che con queste nozze di morte l’ha strappata alla terra e l’ha rapita nelle tenebre. Ma al chiarore della luce nuovamente accesa, con la quale illumina l’inconscia oscurità della sua precedente esistenza, riconosce Eros. Psiche ama…
La Psiche che scopre il vero aspetto di Eros e infrange il tabù della sua invisibilità, non sta più di fronte al maschile come la vecchia Psiche ingenua e infantile, ma non è neanche soltanto afferrante e afferrata; essa è invece così mutata nella sua nuova femminilità, che perde il suo amante, anzi lo deve perdere In questa situazione amorosa di una femminilità che diventa cosciente attraverso l’incontro e il confronto, conoscenza, sofferenza e sacrificio costituiscono un’identità…
L’azione di Psiche provoca così tutte le sofferenze legate all’individuazione, nelle quali una persona ha esperienza di se stessa di fronte a un partner che è altro da lei e non soltanto a lei connesso. Psiche ferisce se stessa e ferisce Eros, e le loro simili ferite decretano la dissoluzione della loro originaria unione inconscia. Ma solo grazie a questo doppio ferimento sorge l’amore, il cui senso sta nell’unire nuovamente ciò che è stato separato; solo grazie ad esso sorge la possibilità di un incontro, condizione dell’amore tra due individualità…
(tratto da Erich Neumann, “Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo”, traduzione di Vittorio Tamaro, Astrolabio editore.)

I due diversi tipi di solitudine secondo Cioran



Di Emil Cioran

Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all’esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?

FONTE:https://colvieux.wordpress.com/2014/12/10/i-due-diversi-tipi-di-solitudine-secondo-cioran/

La Felicità è una Scelta



Di Marco Canestrari 
  Se vuoi essere triste nessuno al mondo può renderti felice. Ma se decidi di essere felice nessuno e niente può toglierti la felicità!  

FONTE:http://www.marcocanestrari.com/2015/06/la-felicita-e-una-scelta.html

La cultura del narcisismo e la sua egemonia negli USA moderni, anche nella politica...

Di Federico Rampini
Nell’ottimo libro “Game Change”, un reportage-verità sull’ultima campagna elettorale per la Casa Bianca, secondo gli autori John Heilemann e Mark Halperin il candidato democratico John Edward viene travolto “dal suo narcisismo”.
Bill Clinton, che tenta di ostacolare Barack Obama con una serie di basse insinuazioni e finisce per aggravare gli errori della moglie Hillary, è descritto come “un narcisista di epiche dimensioni”.
Una ricerca su Google che associ il nome di Tiger Woods alla parola “narciso” dà decine di migliaia di risultati: un segnale di come il pubblico interpreta la straripante attività di sciupafemmine del campione di golf.
Neppure Obama sfugge alle accuse di narcisismo, almeno se si ascoltano le geremiadi dei talkshow di Rush Limbaug, della Fox News, o i comizi del Tea Party Movement (ma anche a sinistra quella sua civetteria di accettare il Premio Nobel per la pace ha acceso qualche sospetto).
E che dire di Sarah Palin? Disprezza la cultura, insulta le competenze, può infilare uno strafalcione dietro l’altro su questioni cruciali dell’attività di governo, eppure “buca” lo schermo ed è sfacciatamente innamorata di se stessa.
Tutto questo spinge il New York Times a riesumare dall’oblìo quel geniale visionario di trent’anni fa. E’ Christopher Lasch, che scrisse “La cultura del narcisismo” quando era docente di storia all’università di Rochester.


Lo ricorda Lee Siegel, brillante osservatore del (mal)costume politico americano sul blog The Daily Beast, e autore di un recente saggio sull’influenza di Internet nei nostri consumi culturali.
Siegel ricorda la prima intuizione di Lasch: riprendere un termine messo in voga da Siegmund Freud nel campo della psicopatologia, e usarlo per descrivere una diffusa tendenza sociale.
Nella più estesa definizione adottata da Lasch il narcisista, spinto da inconfessabili insicurezze, “si rifugia in un culto di sé, manipola le emozioni degli altri come strumenti della propria gratificazione, e al tempo stesso è costantemente bisognoso della loro approvazione e adorazione”.
Quando questa patologia diventa un fenomeno di massa, i risultati sono “l’ossessione per la celebrità, l’incapacità di provare dei dubbi, delle relazioni interpersonali vuote ed effimere”.
In un paragone che suona chiaro per gli americani, la figura leggendaria di Horatio Alger – antico simbolo del self-made man che si costruisce il successo attraverso un’etica puritana del lavoro – viene sostituta dalla “puttana felice”.
Lasch non era l’unico ad avere quelle intuizioni alla fine degli anni Settanta. Nella stessa epoca il giornalista-romanziere Tom Wolfe aveva coniato la definizione “The Me Decade”, il decennio dell’Io, per descrivere “la più grande esplosione di individualismo nella storia d’America”.
Ma Wolfe propendeva ancora per la visione positiva. In un’ottica progressista l’individualismo era la conseguenza benefica delle grandi rivolte antiautoritarie degli anni Sessanta: i figli contro la famiglia, gli studenti contro i professori, le femministe contro la società patriarcale, i neri contro la segregazione, il movimento hippy contro ogni convenzione.
Lasch invece anticipava le disillusioni dei decenni successivi. Intuì che quei profondi sconvolgimenti sociali sfociavano “nel disprezzo di ogni autorità, compresa l’autorità dell’esperienza”.
La sua originalità fu nel cogliere l’intreccio perverso che si poteva creare tra l’idea progressista della libertà individuale, e gli interessi del capitalismo.
L’età dell’Io sarebbe diventata una formidabile opportunità di marketing, per aprire un’èra di travolgente consumismo e materialismo.
Lasch mise sotto accusa anche le nuove tendenze della pedagogia, che spingevano i genitori a trasformare i figli in precoci Narcisi.
Un fenomeno parallelo avvenne dentro le aziende: le oligarchie capitaliste e le burocrazie manageriali incoraggiarono “la sistematica manipolazione delle relazioni interpersonali”, cinicamente i narcisisti furono premiati nella scalata al potere.
Nel mondo dello sport Lasch anticipò la nascita dell’atleta superstar, un protagonista dell’ “entertainment” che si prostituisce al migliore offerente.
L’industria editoriale specializzata nei manuali di “self-help” (consigli per il successo individuale) ha diffuso una visione strumentale delle relazioni umane: tutto diventa networking, relazioni pubbliche, costruzione di alleanze per la carriera e la promozione di sé. 
Infine il narcisismo del politico ha come riflesso speculare quello dell’elettore: le sue fantasie di potere lo spingono a identificarsi solo con i “vincenti”. Salvo esserne ferocemente deluso quando le loro debolezze sono messe a nudo.

La teoria dei giochi di Von Neumann e Morgestern


Di Igor Vitale
John Von Neumann e Oskar Morgestern, non limitarono il loro già pregevole contributo al modello dell’utilità attesa, ma andarono molto oltre e – sempre a proposito di incertezza – cercarono di elaborare un modello in grado di prevedere le mosse di chi fosse chiamato ad interagire strategicamente con altri individui in determinate situazioni.
Il modello pubblicato in “Theory of Games and Economic Behavior”, godette di uno strepitoso successo dovuto al fatto cheesso fu applicato in moltissimi ambiti scientifici che vanno dallamatematica alla psicologia, dalla biologia dell’evoluzione, fino allameccanica quantistica.
Il fascino del ragionamento per giochi può essere facilmente illustrato, muovendo da quello che è stato definito l’“osso di gomma” (Mero, 2001)[1] dell’intera teoria, vale a dire il “Dilemma del Prigioniero”. Del gioco fu data una prima versione nel 1950 da Merril Flood e Melvin Drescher; dice la storia:
Ci sono due prigionieri che devono essere giudicati. Entrambi sono colpevoli di un delitto principale, ma il P.M. non dispone di prove sufficienti per accusarli di quel reato. Dispone solo di prove secondarie sufficienti a farli condannare per un crimine minore. Perciò viene detto loro che se entrambi confessano, verranno condannati per il crimine principale, ma con una pena ridotta, pari a dieci anni (in luogo di quella intera). Se nessuno dei due confessa, entrambi verranno condannati per il delitto minore, per il quale la legge prevede un anno di reclusione.
Mentre se uno confessa e l’altro no, chi confessa sarà libero, ma l’altro sarà condannato alla pena intera (pari a venti anni).
Data questa situazione, ciascuno constata che, se l’altro confessa, per lui è meglio confessare (altrimenti avrà la pena di venti anni) e che, se l’altro non confessa, per lui è meglio confessare lo stesso (può uscire subito e far scontare la pena solo all’altro). Così ciascuno confessa e con questo ragionamento entrambi vanno in prigione per dieci anni, mentre se entrambi si fossero rifiutati di confessare, sarebbero stati condannati solo ad un anno.
La razionalità individuale può produrre una situazione che è la peggiore dal punto di vista collettivo, ma questo gioco è particolarmente illuminante soprattutto perché illustra come la perfetta conoscenza delle preferenze e delle strategie disponibili per sé e per il proprio avversario, non è sufficiente a garantire a ciascuno dei giocatori una soluzione ottimale.
D’altronde, nonostante l’approccio a determinate situazioni in forma di giococostituisce senz’altro un’intuizione brillante, e molte volte un valido aiuto nella scelta della strategia migliore da adottare,
purtuttavia anche qui i problemi non sono tardati a manifestarsi, ed ancora una volta a fare la parte del leone troviamo la famigerata “limitatezza cognitiva” con la quale continuiamo a dover fare i conti.
Centrale, nell’ambito della teoria dei giochi, è il concetto di equilibrio di Nash, il quale può essere descritto come una lista di strategie, una per ogni giocatore, tale che nessun giocatore trae vantaggio dal deviare dalla propria strategia di equilibrio (Kreps, 1990).
L’analisi di equilibrio è basata, sotto il profilo formale, sull’ipotesi che ogni giocatore massimizzi in maniera perfetta e completa rispetto alle strategie dei rivali, che le caratteristiche dei rivali e le loro, siano perfettamente conosciute e che i giocatori siano in grado di valutare tutte le loro scelte possibili: nessuna di queste condizioni sarà interamente rispettata nella realtà.
Nelle situazioni economiche reali, non sempre è possibile individuare con chiarezza e precisione quelle che nei modelli sono le regole del gioco e senza le quali detti modelli non possono funzionare, tanto più che esse per lo più risultano essere date esogenamente, senza che nulla si sappia circa la loro origine (Kreps, 1990), il che – si ricorderà – essere stato un aspetto aspramente criticato, anche nel modello di scelta razionale, con riferimento alle preferenze dei consumatori.
In realtà vi sono stati dei tentativi di inserire la limitatezza informazionale (Harsanyi, 1967) o addirittura l’irrazionalità (Kreps, 1990), nell’ambito del modello, purtuttavia i risultati non hanno riscosso quell’unanimità di consensi che si conviene ad una teoria solida e priva di punti deboli. In particolare un approccio interessante è stato quello di considerare il comportamento dei giocatori in un contesto dinamico: si assume in pratica che, in ogni istante di tempo, l’individuo partecipi ad un’interazione competitiva di breve periodo, all’interno della quale egli determina la propria scelta “ottimale” di breve periodo.
Nel lungo periodo, egli raccoglie delle informazioni sulla base della propria esperienza e le utilizza per migliorare il modello usato nel breve periodo. Si tratta di una procedura di aggiustamento di tipo euristico, ove i limiti della razionalitàsono rappresentati dal fatto che il modello è imperfetto e viene aggiornato altresì in modo imperfetto, per cui potrebbe portare a risultati non pienamente corretti.
Anche altri modelli hanno tentato di risolvere i problemi legati alle limitazioni di tipo cognitivo e razionale, ma per tutti, come per il precedente, la critica è stata la medesima: si afferma cioè che le analisi di questo tipo, sono condotte specificando dei comportamenti dinamici ad hoc e che i risultati ottenuti sono poco robusti, oppure derivano da simulazioni.
Insomma, l’obiezione finale è che non è possibile sapere se i risultati ottenuti sono davvero generali o derivano dal caso.
Kreps, pur non negando quanto di fondato c’è in questa critica, obietta tuttavia che “…anche se un certo modello viene formulato con ipotesi ad hoc sul comportamento e viene analizzato solo mediante simulazioni, questo non significa che non si possa comunque imparare molto da esso…”: è la solita diatriba fra teorici economici e economisti comportamentisti![2]
Ma la teoria dei giochi non esaurisce qui i suoi limiti. Altri punti deboli sono stati individuati nel fatto che certe classi di giochi sono caratterizzati da più di un equilibrio e la teoria non è in grado di determinare dei criteri di scelta per operare una selezione fra essi.
Ma forse ancora più limitante, nel quadro di una perfetta funzionalità della teoria, è il concetto di raffinamento cui bisogna ricorrere in diverse applicazioni economiche della teoria dei giochi,
se si vuole scegliere tra diversi equilibri di Nash. Cioè nei giochi con più equilibri, una delle possibilità cui si ricorre per ridurne il numero, è quella di avvalersi di condizioni aggiuntive (oltre a quelle previste dalla usuale nozione di equilibrio), che i comportamenti dei giocatori devono soddisfare.[3]
Tuttavia, nonostante la letteratura sia piena di contributi che esaltano le virtù dei raffinamenti, come strumento per superare l’ostacolo della molteplicità di equilibri, c’è da dire che questa nozione, in generale, non è del tutto soddisfacente.
Il motivo è che tali raffinamenti sono di solito basati sull’ipotesi che l’osservazione di un fatto che contraddica la teoria, non la invalidi – dal punto di vista dei giocatori – per il prosieguo del gioco. Insomma, ai giocatori si chiede di considerare che non sia cambiato nulla, anche in presenza di avvenimenti insoliti.
L’assunto non è certamente dei più soddisfacenti.
* * *
Volendo concludere e comprendere il ruolo che la teoria dei giochi ha rivestito in concreto nel complesso panorama dell’analisi economica, possiamo dire che senz’altro essa è servita ad inquadrar1e correttamente i problemi in modo da far risaltare il vero e proprio meccanismo dell’interazione strategica fra i giocatori – chi fa cosa, quando e con quale informazione. Si comprende quindi l’importanza di questa funzione, nel quadro di un’analisi comportamentale degli agenti economici, quale è quella che stiamo conducendo col presente lavoro.
In quest’ottica, anche se l’importanza della teoria dei giochi, viene limitata al semplice inquadramento dei problemi e alla formalizzazione di semplici intuizioni – in modo da permettere agli economisti di estenderle a nuovi contesti più complessi – ciò costituisce un importante traguardo.
Il vero limite della teoria dei giochi, in generale è derivato dal fatto che gli economisti spesso non hanno avuto un adeguato senso della misura relativamente ai casi ai quali applicare questa tecnica. Quello a cui bisogna stare attenti è di non estendere la teoria a contesti inappropriati, quando cioè le ipotesi di comportamento dei giocatori non lo consentono. Questo ridimensionamento tuttavia non è possibile senza tener presenti le ipotesi comportamentali alla base della disciplina e il modo in cui
gli individui modellano le loro azioni.
Ancora una volta si impone la conoscenza dei meccanismi che sono alla base delle decisioni e dei comportamenti degli individui, e in questo senso l’approccio empirico-comportamentista sembra l’unico in grado di garantire risultati più realistici.

[1] Mèrö L. (2001). Dice l’Autore: “lo si può masticare all’infinito”.
[2] Solo che questa volta lo stesso Kreps che pur si definisce un “teorico”, sembra
convincersi dell’approccio empirico-comportamentista: che sia un passo avanti?
[3] Per una trattazione completa dei raffinamenti, si rimanda alla letteratura in materia, cfr. ad es. Selten R. (1965) e (1975).

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